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Quaresima-Pasqua e «poenitens cor tenete»
La Quaresima: un tempo di forte e radicale conversione, che trova il suo compimento nella
conversione ultima e definitiva della Pasqua di risurrezione in Cristo

di don Carlo Cibien SSP

Nell’articolo precedente ci siamo soffermati sul tempo dell’Avvento e del Natale e su come in questo segmento liturgico sia presente l’impegno del «Poenitens cor tenete» ricevuto da Don Alberione e poi trasmesso alla Famiglia Paolina; ora ci lasciamo guidare dal sacramento della Quaresima e della Pasqua – cuore dell’anno liturgico – che ci fa sperimentare l’intervento potente di Dio per trasformare la nostra esistenza facendola trasumanare. È il concetto espresso dall’orazione che la veglia pasquale ci fa pregare dopo la lettura della creazione (Gen 1,1 - 2,2), e che riprende la colletta natalizia con la quale si è chiuso l’articolo precedente: «O Dio, che in modo mirabile ci hai creato a tua immagine e in modo più mirabile ci hai rinnovato e redento, fa’ che resistiamo con la forza dello spirito (mentis ratione persistere) alle seduzioni del peccato, per giungere alla gioia eterna (ad æterna gaudia pervenire)».

Il tempo di Quaresima nell’anno C

Papa Leone Magno nel X Sermone quaresimale (4.2), pronunciato nel 455, ricordava ai fedeli: «Trovandoci vicini a celebrare quel mistero che è al di sopra di tutti, e con il quale il sangue di Gesù Cristo distrusse le nostre iniquità, prepariamo anzitutto i sacrifici della misericordia, e quello che ci ha concesso la bontà di Dio, concediamolo anche noi a chi verso di noi ha mancato». Il tema della “conversionemisericordia” è il filo conduttore dei Vangeli scelti per l’anno C. La liturgia ci invita a prendere coscienza del “circolo virtuoso” che collega l’esperienza della misericordia divina, da parte nostra, alla nostra conversione, che, a sua volta, si traduce nella nostra concreta azione di misericordia nei confronti degli altri. In altre parole: sperimentato l’amore misericordioso di Dio, diventiamo capaci di amare gli altri. (Non possiamo dimenticare che alla base dell’azione apostolica, avviata da Don Alberione, sta l’esperienza della «storia delle Divine Misericordie», cfr. AD, 1).

Dopo l’abbrivo offerto dal Mercoledì delle ceneri, nella prima e seconda domenica la Quaresima si sofferma sulla duplice realtà – umano-divina – delle tentazioni e della trasfigurazione di Gesù. Per un verso l’incarnazione, da parte di Gesù, comporta lo scontro con la libertà malgestita messa in luce dall’assurdità delle tentazioni: che idea falsa del Figlio di Dio deve avere il diavolo per chiedere a Gesù di “gettarsi giù” dal punto più alto del tempio… Ora, Gesù già si è “gettato giù” e da un punto “molto più alto” del punto più alto del tempio! E andrà molto più giù («descendit ad inferos», recita il Simbolo degli Apostoli) di quanto il diavolo possa immaginare nella sua mente contorta. Ma la “discesa” di Gesù è per la liberazione. E la teofania della trasfigurazione ne offre un anticipo. Dio scende perché l’uomo, tutta l’umanità, possa “salire”, a partire dai progenitori Adamo ed Eva, così come è rappresentato nelle icone della tradizione orientale. Se Gesù esce indenne dalle tentazioni, dobbiamo avere l’umiltà di interrogarci se noi facciamo altrettanto: il nostro apostolato è unicamente finalizzato al Regno? L’impegno delle nostre vite è tutto ed esclusivamente per il Vangelo? È la parola di Dio, il “Verbo” che ci dirige? Non abbiamo dei piccoli o grandi idoli ai quali diamo un culto, forse nascosto, ma pur sempre reale? Quante volte mettiamo alla prova Dio mancando di fiducia nella sua azione? Quante preghiere che professano la nostra disponibilità sono poi falsificate dai nostri comportamenti? Quante volte abusiamo della nostra posizione di vantaggio per ingannare gli altri? Quante volte ci lasciamo abbagliare dall’apparenza del potere, o semplicemente dall’apparenza e dalla superficialità? Quanto siamo stati capaci di immergerci nell’umanità di oggi, come Don Alberione in quella del suo tempo? Oggi si parla di inculturazione, ma forse c’è ancora qualche deriva razzista nel nostro comportamento apostolico?
Abbiamo come modello Paolo. La 2a lettura della seconda domenica è chiara: «Fratelli, fatevi insieme miei imitatori» (Fil 3,17). La nuova traduzione ha reso con “insieme imitatori” il verbo greco “symmimētaí” composto da “syn” e “mimeomai”. Tutto il brano è giocato sul “noi” e sul “voi” fino al «Nostra autem conversatio (gr. políteuma) in coelis est», «la nostra patria/cittadinanza è nei cieli» da cui attendiamo la “trasfigurazione” del nostro corpo operata dal Signore Gesù Cristo. È ovvio che se Paolo parla di imitazione, una qualche trasfigurazione è già avvenuta in lui. E in noi? Anche noi abbiamo avuto la nostra piccola o grande teofania: il giorno della nostra professione religiosa, non abbiamo forse toccato il cielo con un dito? Dov’è finita quell’esperienza?

La terza domenica di Quaresima concretizza quell’invito all’ascolto che ha chiuso la teofania della trasfigurazione: «Questi è il Figlio mio, l’eletto: lui ascoltate!». Ascoltando Lui, si è in grado di ascoltare la storia, di valutare e utilizzare meglio il tempo della nostra vita terrena. Tornano alla mente le parole che Don Alberione rivolgeva alle Figlie di San Paolo durante la “spiegazione delle Costituzioni” ad Ariccia nel 1961: «Tardare a divenire anziane, cioè non mettersi così facilmente nel numero dei vecchi e di sentirsi ormai a riposo. Nella vita religiosa non ci sono pensionati; la pensione è in cielo» (FSP-SdC, n. 412). Solo chi tiene il cuore in atteggiamento di conversione continua è in grado di individuare in permanenza il “fine” e di orientarvi l’intera esistenza. E Paolo conclude – nella 2a lettura –: «Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere».

Nella quarta domenica di Quaresima dell’anno C leggiamo la parabola del Padre misericordioso. Essa nasce da una mormorazione di farisei e scribi nei confronti di Gesù che accoglie “tutti” i pubblicani e i peccatori e mangia con loro. Conosciamo a memoria la storiella che il secondogenito si prepara a recitare per imbonire il padre. (Forse perché anche noi facciamo lo stesso con Dio e con i nostri confratelli/sorelle, ecc.). Abbiamo forse dimenticato che «Deus, omnium misericordiarum et totius bonitatis auctor» (colletta della III domenica di Quaresima). A volte però ci comportiamo come il primogenito: siamo spietati verso gli altri. È vero: spesso dietro a un moralista drastico si nasconde un ipocrita, è più forte di noi; non sempre siamo capaci di provare gioia autentica per la conversione o la riuscita dell’altro. Il fatto è che noi, di fratelli e di sorelle ne abbiamo un’infinità…

La quinta domenica di Quaresima può essere caratterizzante per noi alla luce del «mi protendo in avanti» della 2a lettura (Fil 3,13). Don Silvio Sassi, Superiore generale della Società San Paolo, parlando da Madrid alle comunità paoline della Spagna (1-4 ottobre 2012) ricordava a proposito: «Il sorgere progressivo delle fondazioni che formano oggi la Famiglia Paolina e le successive formulazioni per una stessa Istituzione documentano che il carisma paolino, già nel Fondatore, non è un’ancora che si getta per bloccare il movimento in un punto fisso e immobilizzarsi, ma è una vela che, sospinta dallo Spirito e dai cambiamenti della storia, pone il carisma in stato di continua navigazione». Non si tratta di un movimento superficiale, ma di un dinamismo profondo che – come ci avverte il Vangelo di questa domenica (Gv 8,1- 11) – cambia e trasforma dalle radici il nostro modo di pensare e di essere. I farisei chiedono capziosamente a Gesù: «Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato… tu che ne dici?». Si può discutere con Dio sull’importanza di salvare la vita di una donna? Non solo i farisei lo hanno fatto, ma anche quanti hanno preferito ostracizzare questa pericope. Ecco un esempio di come si può essere ancora piuttosto che vela…, ma anche di quanto sia difficile esserlo. Perché la conversione non si fa con il diritto canonico, ma con la coscienza: «Chi è senza peccato scagli per primo la pietra» e sono gli anziani, che di esperienza di peccato e di perdono ne hanno di più, ad andare via per primi.
Solo Dio è giudice, perché solo lui sa cos’è realmente la misericordia. Ed è ciò che si sperimenta e si contempla nel mistero pasquale. Come per tutti i cristiani – ma un po’ di più per i Paolini – la celebrazione della Pasqua è momento culminante non solo dell’anno liturgico ma della vita. Ce lo dice la preghiera che apre la celebrazione del venerdì santo: «O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore ci hai liberati dalla morte… rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio (da, ut conformes eidem facti); e come abbiamo portato in noi, per la nostra nascita, l’immagine dell’uomo terreno, così per l’azione del tuo Spirito (gratiæ sanctificatione), fa’ che portiamo l’immagine dell’uomo celeste». È l’augurio di Don Alberione a Figli e Figlie nel San Paolo del 1947: «Auguro ora a tutti santi e lieti Alleluja pasquali. Vi fu la Pasqua ebraica; vi è la Pasqua cristiana; vi sarà la Pasqua eterna, quando passeremo dalla vita all’eternità. Per prepararci a questa facciamo sempre la Pasqua mistica: passando da una vita buona a una vita migliore, santa».

Carlo Cibien, ssp -(da Cooperatore Paolino, gennaio-febbraio 2013)