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L'epistolario paolino

Paolo scrittore?
Paolo non è nato per fare lo scrittore. Nella sua formazione aveva imparato a leggere i testi sacri e a spiegarli, non a scriverne commenti (l'atto materiale di scrivere era mestiere degli scrivani, di cui anche Paolo si servì; lui, da parte sua, faceva fatica a impugnare la penna; cf. Gal 6,11). A quanto ne sappiamo, ha iniziato a produrre scritti quando aveva una cinquantina d'anni, venti dopo che era diventato cristiano; e non perché improvvisamente avesse sentito questa vocazione (egli era stato chiamato ad evangelizzare i pagani, non a scrivere lettere). Si era piuttosto sentito spinto a usare questo mezzo di comunicazione come un importante supporto del suo lavoro apostolico, I suoi scritti non sono frutto di speculazioni fatte a tavolino, magari immaginandosi scenari possibili e probabili: egli scrive spinto dalla necessità di rendersi presente alle comunità dove sente che è importante far arrivare il suo pensiero, per indicare le soluzioni a problemi concreti di varia natura, per insegnare, motivare, correggere, rimproverare, consolare, incoraggiare, ecc. Essenzialmente si tratta dunque di scritti di circostanza (con la parziale eccezione della Lettera ai Romani), che non hanno la pretesa di mettere nero su bianco una dottrina teologica valida per tutti i tempi e tutte le comunità: Paolo non prevedeva certo che la sua corrispondenza avrebbe avuto una risonanza tale da venir addirittura inclusa nel canone degli scritti sacri e normativi di tutto il cristianesimo! Tanto è vero che aspettava come imminente la fine dei tempi.

Lo "stile" delle lettere di Paolo

I suoi sono di fatto i primi scritti in assoluto della letteratura cristiana, che significativamente inizia proprio con il genere letterario più colloquiale che esiste (e non, ad esempio, con un trattato). Messe a confronto con i modelli dell'epistolografia antica, le lettere di Paolo presentano somiglianze soltanto per alcuni aspetti formali, come il prescritto (mittente, destinatario, saluti) e il postscritto (auguri e saluti), mentre si distinguono per vari aspetti originali, prima ancora che per i contenuti: anzitutto la lunghezza media supera di molto quella delle altre lettere antiche che conosciamo (ad esempio, quelle di Cicerone e Seneca);c'è poi il fatto di essere scritte per un determinato gruppo


di persone (la più fa largo uso delle Scritture "privata" è il biglietto scritto a Filemone) e destinate ad essere lette pubblicamente ne l'assemblea; infine emerge il carattere autoritativo del mittente che gli deriva dal suo essere riconosciuto come apostolo, fondatore e guida delle comunità.
Forte della sua formazione rabbinica Paolo fa largo uso delle Scritture ebraiche e del metodo di interpretazione praticato dai rabbini; nei suoi scritti si avverte una buona conoscenza dell’arte del ben parlare – che veniva insegnata nelle scuole greche – con il frequente uso delle figure e degli espedienti retorici ( la metafora, l’allegoria, la metonimia, l'iperbole, l'ironia ...).
II suo stile e il suo linguaggio, tuttavia, si distaccano dalle elevatezze del greco classico (che invece troviamo, ad esempio, in un suo contemporaneo filosofo ebreo, Filone Alessandrino), rispecchiano piuttosto l'immediatezza e la vivacità della lingua parlata, che evita ricercatezze e saccenterie per far valere piuttosto la forza dell'argomentazione in grado di parlare all'intelligenza, e il potere evocante delle frasi dense e delle antitesi che hanno la capacità di destare stupore; potremmo applicare al suo modo di scrivere ciò che Paolo stesso dichiara in una sua lettera riguardo al suo modo di parlare: «Quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi il mistero di Dio con sublimità di parola o di sapienza... la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2,1.4-5). Se egli per umiltà si definisce «profano nell'arte del parlare» (2Cor 11,6), tuttavia non mancano brani del suo epistolario che raggiungono alti livelli letterari e perfino poetici (cf. l'inno all'amore di Dio di Rm 8,31-39 o quello all'amore cristiano di 1Cor 13).

Nel canone del Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento ben 13 lettere rivendicano esplicitamente la paternità dell'Apostolo (un caso a parte è la lettera agli Ebrei, in passato attribuita a Paolo: in realtà non si nominano né mittente né destinatari; inoltre più che una lettera è un'omelia); tra esse, per ragioni stilistiche e teologiche, soltanto sette vengono attribuite con certezza a lui ("protopaoline": 1Ts; 1-2Cor; Fil; Fm; Gal; Rm), le altre con diverso grado di incertezza, vengono attribuite a discepoli posteriori, secondo il diffuso fenomeno della pseudepigrafia ("deuteropaoline": Col; Ef; 2Ts; 1-2Tm; Tt; le ultime tre sono anche dette "pastorali"). Naturalmente ciò non intacca minimamente la qualità "ispirata" e "canonica" di queste lettere.
Sappiamo che ben presto vennero scambiate tra le varie comunità (cf. Col 4,16) e raccolte insieme; l'autore della seconda Lettera di Pietro le menziona (cf. 2Pt 3,15-16) dando quindi per scontato che la comunità a cui si rivolge già le conosca; implicitamente riconosce loro un grande valore, anche perché in qualche modo le paragona addirittura alle scritture ebraiche.
Da alcuni accenni interni agli scritti veniamo a sapere anche che la raccolta che abbiamo non è completa, Paolo ha scritto altre lettere che purtroppo sono andate perse (cf. 1Cor 5,9; 2Cor 2,4; 7,8; Col 4,16). Ri­guardo al canone attuale della Bibbia, va ricordato che la successione delle lettere paoline così come le troviamo nel Nuovo Testamento non segue l'ordine cronologico, ma quello basato sulla loro lunghezza, va perciò dalla più estesa (Rm) alla più corta (Fm); se si fosse seguita la classificazione temporale, avremmo avuto questa sequenza: 1Ts (scritta
nel 50); 1Cor; 2Cor; Fil; Fm; Gal; Rm (scritta probabilmente nel 58).

 

Gli scritti di Paolo

La prima Lettera ai Tessalonicesi
È in assoluto lo scritto cristiano più antico che conosciamo, quello che Paolo invia verso il 50 alla comunità di Tessalonica, da lui fondata pochi mesi prima, durante il secondo viaggio missionario (At 17). La lettera non presenta le grandi tematiche teologiche paoline ma è molto interessante per conoscere il clima che si respirava in alcune chiese delle origini. Dopo il saluto e l'ampio ringraziamento iniziale a Dio (cf. 1Ts 1; al cap. 3 si apprende che le confortanti notizie Paolo le ha ricevute da Timoteo, che aveva fatto visita ai Tessalonicesi), Paolo rievoca il suo apostolato in quella comunità, di come si sentiva disposto a fare tutto per loro, similmente a una madre o a un padre (cap. 2). Nella parte successiva affronta alcune questioni specifiche che riguardavano i credenti: la messa in guardia dall'impudicizia, l'amore fraterno, lo status dei morti e dei vivi nel momento della venuta del Signore alla fine dei tempi, la necessità della vigilanza nell'attesa (4,1-5,11). Nell'ultima parte prima dei saluti finali troviamo un elenco di esortazioni (quindici verbi all'imperativo) che illustrano i punti principali dell'impegno cristiano per una vita comunitaria fraterna (5,12-22; v. 21: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono»).

La prima Lettera ai Corinzi

Scritta verso il 55, quattro o cinque anni dopo che l'Apostolo aveva predicato l'evangelo in quella città e fondato questa chiesa tra i pagani (cf. At 18), tra tutte le lettere paoline è quella più "occasionale", visto che tratta per lo più di problemi contingenti, questioni di vita comunitaria che rischiavano di creare tensioni, divisioni o scandali, e di cui Paolo era venuto a conoscenza tramite alcuni inviati; egli affronta le questioni una per una senza che ci sia una successione preordinata; chiave di lettura accomunante è che ogni soluzione è prospettata a partire dalla relazione con Cristo, potenza e sapienza di Dio; non a caso egli inizia indicando la «parola della Croce» (1Cor 1,18) e termina con la resurrezione (cap. 15), come per sottolineare che tutto il discorso pastorale è come sostenuto da queste due arcate.

Ecco gli argomenti toccati: le divisioni interne alla comunità (capp. 1-4); i disordini sessuali (5-6); il matrimonio e la verginità (7); il culto pagano e quello cristiano (8-11; in dettaglio tratta i problemi sollevati dai cristiani che partecipano a banchetti di amici in templi pagani; propone il suo esempio di apostolo, e dà indicazioni sul comportamento durante le assemblee liturgiche); l'uso dei carismi (12­14); la resurrezione dei morti (15); colletta e saluti (16). In particolare la lettera contiene il più antico racconto della cena del Signore (11,23-26), l'attestazione della prima tradizione cristiana sulle apparizioni del Risorto (15,3-7), e il celebre "inno" all'amore cristiano (13).

La seconda Lettera ai Corinzi

I rapporti con la comunità di Corinto furono piuttosto movimentati e quest'altra lettera ne è ulteriore conferma. Composta probabilmente uno o due anni dopo la 1Cor, ha come scopo principale quello di favorire la pace, dopo che alcuni avversari di Paolo durante la sua assenza avevano gettato scompiglio mettendo in cattiva luce il lavoro e le stesse intenzioni dell'Apostolo. Dopo una prima difesa del proprio apostolato (capp. 1-7), Paolo dedica due capitoli per raccomandare la colletta in favore dei poveri di Gerusalemme (8-9), quindi torna a difendersi, questa volta dall'accusa di debolezza (10-13; qui c'è una delle frasi che meglio esprimono il tipico paradosso paolino: «Quando sono debole, è allora che sono forte!», 12,10). Vengono delineati in queste pagine alcuni tratti degli
avversari di Paolo, che sembrano essere personalità anche di spicco, appartenenti all'area dei giudeo-cristiani (cf. 11,22-23); Paolo non è tenero con quelli che definisce "falsi maestri" e "superapostoli", perché è in gioco la stessa identità cristiana radicata sull'evangelo. Ricca di riferimenti autobiografici (cf. la famosa «spina nella carne», una dura prova, forse una malattia che non gli ha impedito di far emergere la forza di Dio), la lettera sottolinea soprattutto la grandezza del compito di mediazione che ha il ministro di Cristo, in vista della riconciliazione a cui esorta i Corinzi: «Lasciatevi riconciliare con Dio!» (5,20).

La Lettera ai Filippesi

La lettera è destinata alla prima chiesa fondata da Paolo in territorio europeo, la comunità con la quale ha avuto il rapporto più armonico e affettuoso (l'unica dalla quale ha accettato di ricevere un aiuto materiale, cf. 4,15-16); scritta mentre si trova nella condizione di carcerato (cf. 1,7.13.17), probabilmente a Efeso, intorno alla metà degli anni cinquanta. Non spiccano grandi temi che facciano da asse portante dello scritto (se valesse soltanto la frequenza, bisognerebbe scegliere quello della gioia, cf. 1,4.18.25; 2,2.17.18.28.29; 3,1; 4,1.4.10), piuttosto a Paolo sta a cuore di ringraziare i cristiani di Filippi, di informarli sulla propria situazione, e soprattutto di esortarli a vivere secondo I'evangelo, restando saldi e uniti nel combattimento della fede, anche nei confronti degli avversari (cf. 1,27-28; a questi ultimi, probabilmente dei giudeo­cristiani che ponevano la Legge mosaica e la circoncisione al di sopra di Cristo, indirizza parole molto dure: «Guardatevi dai cani... da quelli che si fanno evirare! I veri cir concisi siamo noi»; cf. 3,2-3.18-19); a questo scopo indica il grande esempio di Cristo, riprendendo un antico inno che poi è divenuto meritatamente celebre: «Cristo Gesù, pur essendo di condizione divina, non considerò un tesoro geloso l'essere come Dio...» (2,5-11); da segnalare che in uno dei brani autobiografici più importanti di tutto l'epistolario paolino (3,5-14), fa la prima comparsa il tema della giustificazione per fede (3,9), che poi si troverà sviluppato in Galati e soprattutto in Romani.

La Lettera a Filemone

II piccolo scritto, quasi un "biglietto", rispetto alle altre lettere paoline (soltanto 25 versetti), è la più personale e confidenziale di tutte; essa svela un tratto tutto particolare della sensibilità dell'apostolo e della sua capacità di persuadere. Alla fine della lista dei condestinatari si menziona la comunità che si riunisce da Filemone (cf. v. Z), nel tono è però quasi una lettera privata per quest'ultimo, con lo scopo di convincerlo a riaccogliere Onesimo - suo schiavo che era fuggito - come fratello nel Signore. Paolo si trova in prigione (cf. vv. 1.9.10.13.23), probabilmente la stessa da cui scrive la Lettera ai Filippesi e cioè quella di Efeso, verso l'anno 54-55; probabile luogo di destinazione è la città di Colosse.

La Lettera ai Galati

Indirizzata a più comunità come una sorta di "circolare" (cf. Gal 1,2: «Alle chiese della Galazia»), tra tutte le lettere paoline è la più appassionata e polemica, l'unica in cui Paolo salta l'iniziale passaggio dedicato ai ringraziamenti per andare subito al sodo (v. 6: «Mi meraviglio che così in fretta... passiate ad un altro evangelo!»), e in cui raggiunge toni drastici: «Stolti Galati, chi vi ha incantati, voi dinanzi ai cui occhi Gesù Cristo fu presentato crocifisso?» (3,1). In questi termini vuole ammonire severamente quei credenti della Galazia provenienti dal paganesimo che avevano ceduto alle pressioni di chi, intervenuto da fuori dopo la predicazione di Paolo, voleva imporre loro la circoncisione e l'osservanza della Legge mosaica, deformando così I'evangelo. Per questo ricorda che I'evangelo da lui predicato gli è stato rivelato direttamente da Cristo (menziona qui la sua conversione) e che ha ricevuto l'approvazione degli apostoli (1,11­2,10), e va difeso da ogni compromesso, da qualunque parte esso venga (2,11-14); ciò lo induce a parlare - la prima volta con una certa estensione e a più riprese nel seguito dello scritto - del tema della giustificazione (2,16ss), per cui è la fede e non l'osservanza della Legge mosaica che rende giusti. In questa verità dell'evangelo si pongono le basi per superare tutte le discriminazioni religiose, sociali e sessuali (cf. Gal 3,28). AI cap. 5 troviamo proclamata in termini memorabili la libertà di cui il credente gode in Cristo (giustamente Galati è stata definita la «magna charta della libertà cristiana»), e che egli è chiamato a investire nell'amore, sotto la guida dello Spirito santo. Le intuizioni qui espresse "a caldo" sui grandi temi teologici (tra cui anche la figliolanza e la funzione della legge) saranno riprese in modo più pacato e articolato in Romani.

La Lettera ai Romani

A ragione la lettera ai Romani è considerata uno degli scritti più importanti delle origini cristiane, punto di riferimento continuo della teologia fino ai nostri giorni. Tra le lettere paoline è la meno legata a circostanze concrete della comunità a cui si rivolge (la chiesa di Roma non fu fondata da Paolo, era già consolidata a partire dal suo nucleo originario di giudeo-cristiani a cui sì erano aggiunti sempre più credenti di provenienza gentile), per questo la più "pen­sata" e quindi strutturata secondo un disegno ben preciso, per cui alla fine risulta una sintesi particolarmente riuscita della teologia dell'apostolo. La tesi principale della lettera è formulata nei vv. 16-17 del primo capitolo: «L'evangelo è salvezza per chiunque crede... in esso si rivela la giustizia di Dio»; come si capirà più avanti, questa giustizia non è quella che si esprime nella condanna per il peccatore, ma è la fedeltà di Dio alle sue promesse di salvezza, e in base ad essa Dio rende giusti i credenti in Cristo, al di là di ogni distinzione di meriti o demeriti, di etnia o status religioso; il pagano è ammesso alla stessa eredità dell'ebreo, in base all'unica fede in Cristo. Questo argomento viene sviluppato nei primi 5 capitoli, dove I'ultimo fa anche da cerniera con ciò che segue, e cioè le implicazioni dell'evangelo (capp. 6-8): inserito in Cristo attraverso il battesimo, il credente viene liberato dal peccato e dalla Legge, per pervenire così alla vita secondo lo Spirito. Tre capitoli affrontano la questione scottante della sorte di Israele (capp. 9-11) e chiudono la parte più dottrinale, mentre i restanti capitoli prima della conclusione (capp. 12-15) pongono l'amore-agape come criterio centrale del comportamento cristiano.

da: L'Apostolo Paolo - Giuseppe Pulcinelli

 

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