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MIRARE IN ALTO


G.Mauro Ferrero ssp
Itinerario spirituale del beato Timoteo Giaccardo

PRESENTAZIONE

Sono lieto di presentare questi messaggi di vita, raccolti con amore di discepolo e di fratello da don Mauro Ferrero.
La fede ci insegna che insieme con Cristo, il quale ci ha promesso di restare con noi "sino alla fine dei secoli", per il dogma della "Comunione dei Santi" sono presenti a noi tutti coloro che ci hanno preceduto nella Casa del Padre.
Questa certezza è per noi motivo di fiducia, di conforto, di speranza. Nessuno ci è tanto presente quanto i nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto nella fede.
La loro è una "presenza personale", donata a ciascuno di noi, ovunque ci troviamo, perché trascende lo spazio e il tempo.
Il Concilio Vaticano II ci assicura che «la nostra unione con i fratelli defunti nella pace di Cristo non è minima­mente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunione dei beni spiritua­li» (LG 49).
Grazie a questa comunione, la nostra debolezza è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine.
Innanzitutto con gli "esempi" della loro vita, con i quali ci indicano la "via" sicura per avanzare senza incertezze e timori.
In secondo luogo essi ci assistono con l'efficacia della parola, con i loro "messaggi", per mezzo dei quali continuano ad illuminare le nostre menti e a confortare il nostro spirito.
Questa parola per la quale si perpetua la loro presenza, chiede a ciascuno di noi di essere conosciuta e custodita nel cuore.
Chi l'ascolta senza discuterla accoglie un dono di luce che illumina la mente e guida i suoi passi perché diventi testimonianza di vita. È dunque cosa buona raccogliere e tenere viva l'eredità che ci offrono questi nostri fratelli. Seguendoli saremo sempre più sicuri di realizzare piena­mente la volontà di Dio a nostro riguardo, la missione a noi affidata per la gloria del Padre, per il trionfo di Gesù Maestro Via, Verità e Vita, e per la salvezza dell'umanità nella Chiesa unificata dallo Spirito Santo.
Con l'augurio che queste pagine, preparate in occasione del 1 ° Centenario della nascita del beato Timoteo Giaccardo, portino luce e pace a molti cuori, ringrazio l'autore che le ha preparate, mentre le affido alla Vergine Ss.ma, Madre e Regina degli Apostoli.

 

Sac. Stefano Lamera, ssp

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PREFAZIONE

«Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all'opera; sempre intento a scrutare "i segni dei tempi", cioè le più geniali forme di arrivare alle anime. II nostro don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi; nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato; nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni». Così Paolo VI, il 28 giugno 1969, ha ritratto don Giacomo Alberione, il quale «per obbedire a Dio e alla Chiesa, il 20 agosto 1914 dava inizio, in Alba (Cuneo), alla Famiglia Paolina», cioè l'insieme di Congregazioni religiose da lui fondate: la Società San Paolo, le Figlie di San Paolo, le Pie Discepole del Divin Maestro, le Suore di Gesù Buon Pastore, le Suore Apostoline. Poi gli Istituti aggregati: Maria SS. Annunziata, San Gabriele Arcangelo, Gesù Sacerdote, Santa Famiglia e Cooperatori Paolini. Il beato Timoteo Giaccardo apparteneva alla Società San Paolo, e ne fu il primo sacerdote, essendo stato ordinato nel 1919. Di questo sacerdote, beatificato dal papa Giovanni Paolo II il 22 ottobre 1989, in questo scritto viene presentato lo spirito, attraverso fatti ed esempi trat­ti dalla sua vita; fatti ed esempi narrati per conoscenza diretta dell'Autore, che con don Timoteo ha vissuto anni di fatiche, di entusiasmo e di attività apostolica intensa, secondo lo spirito di San Paolo apostolo e martire.

F. N.

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INTRODUZIONE

Il 22 ottobre 1989 il papa Giovanni Paolo II dichiarava beato don Giuseppe Timoteo Giaccardo nella Basilica di San Pietro, in Roma. Giuseppe è il suo nome di battesimo. In famiglia lo chiamavano Beppino o Pinotu. Timoteo è il nome che egli assunse con la professione religiosa nella Società San Paolo, in Alba, (Cuneo). La beatificazione è il riconoscimento della Chiesa che il Beato ha praticato le virtù cristiane in grado eroico e quindi può essere preso come modello da tutti coloro che hanno a cuore il regno di Dio e la perfezione personale. Io sono stato con don Timoteo Giaccardo per dodici anni: dal 1936 al 1948. Sono stato vicino a lui, o meglio lui era molto vicino a me e a tutti noi. Seguiva tutti i membri della comunità con sollecitudine paterna, quasi materna. Egli predicava volentieri, ora a un gruppo, ora a un altro, nella comunità di oltre 500 persone, della Società San Paolo di Alba. Tutti i giorni sentivamo l'eco delle sue prediche, dei suoi punti di riflessione, che passava di bocca in bocca, a volte con commenti un po' faceti, ma sempre con rispetto. Delle sue prediche ricordo solo qualche motto o proverbio o detto. Essi erano carichi di senso e molto adatti ad esprimere l'essenzialità del suo pensiero e a illustrare le virtù cristiane e le verità del Vangelo. Don Timoteo esprimeva i suoi detti con intrecci e giochi di parole, per attirare l'attenzione di chi lo ascoltava. Non è molto importante ricordare alla lettera ciò che egli ci diceva ogni giorno. Constatavamo che egli nutriva le nostre menti di verità e ci educava e ci formava alla pratica delle virtù. Una leggenda dei padri del deserto può illustrare questo punto di vista. Un giovane monaco lavava la sua insalata, allorché un fratello gli domandò: - Mi sapresti dire che cosa ha detto l'anziano nell'omelia di questa mattina? - Non lo ricordo più - affermò il giovane. - Perché, allora, ascolti l'omelia, se non la ricordi? - Vedi, fratello: l'acqua lava la mia insalata, tuttavia essa non resta nel paniere; eppure la mia insalata è completamente lavata. Così la parola ascoltata, anche se non è ricordata alla let­tera, induce a riflettere, sia pure per qualche momento; nutre la mente e in modo impercettibile crea una menta­lità nuova. In questo libretto, che appare nel primo centenario della nascita di don Timoteo Giaccardo, mi propongo di illustrare alcune virtù suggerite e vissute dal Beato. Esse sono l'esempio pratico della sua vita, che rivela la ricchezza della sua interiorità e la profondità della sua spiri­tualità. Viviamo in una società complessa e pluralista, dove è presente una certa relativizzazione di significati e valori ritenuti immutabili nel passato. Ne consegue una dimen­sione di frammentarietà e di instabilità nella vita personale e sociale degli individui. Don Timoteo è per tutti un modello di virtù comunitarie e sociali, che egli praticava in modo eminente. Abbiamo bisogno di esempi, per rinnovare la nostra mentalità. Abbiamo bisogno di esempi veri. Ne hanno bisogno specialmente i giovani, per non cadere nella tentazione dell'inerzia e nel miraggio del successo facile, nelle maglie di mille seduzioni materialistiche e consumistiche.
Questi esempi non mancano. Basta guardarci attorno e saperli scoprire, nella vita di tanti uomini e di tante donne impegnati per una società migliore. Vogliamo avvicinarci il più possibile al beato Timoteo Giaccardo, nel quale piacque a Dio, per dirla con Manzoni,
"del creator suo Spirito
più vasta orma stampar" (Cinque maggio).
Vogliamo gustare e seguire la luce luminosa di don Timoteo che intraprese a salire, con tenacia ed entusiasmo,
"il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia" (Dante, Inferno 1,93).

L'Autore

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MAESTRO AUTENTICO

Il Papa Paolo VI scrisse che il mondo moderno ha bisogno più di modelli che di maestri. Proponendo il beato Timoteo Giaccardo come modello di virtù, possiamo domandarci: " Ha egli tutte le credenziali per esserlo?". Tutti quelli che vissero con lui lo affermano categoricamente.
Giuseppe Giaccardo si preparava al sacerdozio nel seminario vescovile di Alba (Cuneo). Il 4 luglio 1917 si associa a don Alberione, fondatore della Famiglia Paolina. Egli viene immediatamente preposto come assistente a un gruppo di giovani, a cui faceva anche scuola. Da allora in poi egli è chiamato, conosciuto e amato come "il maestro": il Signor Maestro.
La sera dello stesso giorno don Alberione lo invita a parlare ai giovani, ma egli si scermisce, forse per la sua timidezza, o per la forte emozione.
A distanza di un anno rimprovera a se stesso quel rifiuto: « Se fosse oggi, direi così: Voi mi chiamate Maestro, ma in realtà sono discepolo; io sono l'ultimo della Casa, perchè entrato per ultimo e perciò da voi debbo imparare lo spirito che guida. Non quindi superiore, ma compagno e discepolo».
Nel 1936, don Timoteo è superiore nella casa di Alba. Per capire il suo concetto di umiltà e di obbedienza sottolineo questa sua nota:
« Il governo sia
pio e sapiente nel vedere;
forte e paziente nel tollerare;
dolce e fidente nel correggere.
Far leva, e stare di fronte alle verità eterne, come alimento dell'amore di Dio».
Dopo l'ordinazione sacerdotale don Timoteo va ogni domenica come cappellano a Benevello (Cuneo). Ogni sabato sera percorre a piedi 13 chilometri. E' infaticabile e perseverante: quando il tempo è bello, quando piove e quando c'è la neve. Nel suo ministero aiuta chiunque ha bisogno: visita le famiglie, gli ammalati, si fa giovane con i giovani e i ragazzi.
La gente di Benevello lo chiama " il teologhin". E quando per altri impegni deve rinunciare alla "passeggiata" settimanale, lo rimpiangono come la perdita di una persona cara. "Come il teologhin non ne troveremo un'altro". I suoi biografi sono concordi nel dire che don Timoteo ha una personalità distinta, armonica, forte.
Eugenio Fornasari scrive: "Possiamo riconoscergli una vera personalità, anzi una eminente personalità umana, cristiana, religiosa, sacerdotale".
Un testimone scrive: "Noi che siamo vissuti accanto a lui abbiamo potuto constatare la sua umiltà e carità, il suo fervore e la prontezza nel farsi tutto a tutti, ma non abbiamo mai notato in lui cose straordinarie e fuori del comune. Sempre piuttosto timido, restìo a mettersi in mostra, ma capace di trattare chiunque con amabilità".
E ancora: " Dalle testimonianze addotte nei processi di beatificazione, la personalità morale di don Giaccardo emerge in tutta la sua grandezza. La sua è una santità genuina, che va ricercata dietro le apparenze di una vita del tutto ordinaria, ma che, una volta scoperta, si rivela tanto più autentica" (PO)

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VIVIAMO LIETAMENTE DENTRO DI NOI

Il beato Timoteo è maestro di interiorità perché è sempre guidato e arricchito da un desiderio forte di vita interiore, dalla verginità spirituale, ossia dalla volontà di apparte­nere solo a Dio. Ha un unico assillo: avvicinarsi sempre di più all'insegnamento del Maestro divino, mite e umile di cuore. L'interiorità è una caratteristica della vita spirituale. Essa si sviluppa nell'animo della persona come la vita, psichica e in più è segnata da una energia che sgorga dal di dentro e si manifesta attraverso le molteplici attività della persona nella vita quotidiana. L'interiorità del beato Timoteo è manifestata dallo spazio che egli dava a Dio, al silenzio, al raccoglimento, ma soprattutto dalla sua capacità di accogliere gli altri. Egli scriveva nel suo Diario: «Dobbiamo vivere non solo alla presenza di Dio, ma alla presenza di noi stessi, alla presenza della nostra coscienza che è la legge di Dio in noi: questo ci porta al raccoglimento. Viviamo lietamente dentro di noi. Quando si vive fuori da noi stessi, si è incapaci di distinguere il bene dal male, si disperdono tante energie» (DTS).L'interiorità evita la dispersione di energie e rende l'azio­ne più intensa, più dinamica, più realistica. Più si è inte­riorizzati e più si è persona. Meno si è interiorizzati e meno si è persona.Più siamo spirituali, più siamo posseduti dallo Spirito di Cristo, ci lasciamo formare e costruire da Dio e siamo disponibili a fare ciò che Dio vuole da noi. L'interiorità è consapevolezza, è spazio interiore, è tempo interiore per cui l'uomo è come raccolto nel presente per viverlo in pienezza. «Per questo - scrive san Paolo - non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno» (2Corinzi 4:16). Quando san Paolo prega che i suoi lettori siano fortifica­ti nell'uomo interiore, prega per un progresso dello spirito, per una personalità specificamente cristiana. La cre­scita può avvenire anche attraverso il dolore e la sofferenza, utili al rinnovamento dell'uomo interiore. L'interiorità è un processo di crescita della persona, durante il quale si attivano riflessioni sulla propria esperienza. Solo una corretta gestione del nostro "uomo inte­riore" ci permette di raggiungere la piena maturità e di elaborare delle risposte giuste alle continue sfide della vita. L'uomo interiore lavora per la vita dello spirito, e vi coinvolge tutta la sua personalità in quanto è fatto a immagine e somiglianza di Dio e appartiene a Cristo nello Spirito Santo: diviene un uomo nuovo nella crescita spirituale e psicologica. Don Timoteo si è lasciato condurre dalla mano paterna di Dio nella scelta della sua vocazione, nelle situazioni derivanti dai suoi impegni e nelle scelte fondamentali della sua vita, nelle quali risalta maggiormente il suo fiducioso abbandono al volere del Padre. «Dio ci prende per mano. Basta non sottrarla».

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BEPPINO, SIEDITI PER TERRA

Un giorno Gesù vide Natanaele all'ombra di un fico. Quando lo vide venire verso di sé, Egli disse: "Ecco un vero e autentico Israelita in cui non c'è falsità" (Gv 1,47). Chiunque abbia avuto una certa conoscenza e familiarità con don Timoteo, poteva dire: "Ecco un uomo semplice, schietto, sincero". È testimonianza comune che la caratteristica principale del nostro Beato sia stata la semplicità, che lo predispose all'armonia psicofisica di coordinare tutto alla sua perfe­zione di uomo, di cristiano, di sacerdote. La semplicità non è un puro atteggiamento psicologico, ma è un forte e coraggioso controllo di sé. Don Timoteo Giaccardo rivela la sua caratteristica fonda­mentale con un aneddoto autobiografico, che egli raccontava quando parlava della semplicità. «In famiglia si mangiava in cucina e la tavola era piutto­sto piccola. Quando parenti o amici erano invitati a pranzo, mamma mi preparava il piatto e mi diceva: "Beppino, siediti nell'angolo per terra". Io prendevo il piatto e mi sedevo per terra». Don Timoteo aveva questo proposito e scriveva: «È tanto che ho di mira la bella semplicità e che la raccomando». Nella sua ultima predica alle Figlie di San Paolo, quindi­ci giorni prima di morire, esortava: «Non uscite mai dalla semplicità! Siate semplici nell'ob­bedire, guardando Dio solo. Della semplicità non svestitevi. Come l'umiltà è la condizione d'essere dei figli di Dio, così la semplicità è la condizione dell'operare» (SDG). La semplicità non è infantilismo: essa è la buona disposi­zione al bene; è apertura a tutte le possibilità della vita.Vladimir Truhlar così la descrive: Semplicità è "apertura che però non va confusa con la puerilità, ma è qualcosa di puro, schietto, sincero, onesto, emanante dal­l'integrità dell'animo e dalla rettitudine del cuore che provoca la sincerità del linguaggio, che esclude la malevolenza e tortuosità nella condotta". La semplicità permette di condividere i nostri sentimenti e le nostre idee. Le migliori relazioni e le migliori amici­zie nascono dalla condivisione schietta e sincera. Tutti possono capire se siamo genuini, umani, o se facciamo finta di esserlo. La semplicità ha il cuore puro e gli occhi aperti al bello e al buono. Gesù insegna: "La lucerna del corpo - della tua persona, della tua condotta - è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso" (Matteo 6,22:23). Nella sua semplicità, don Timoteo sapeva farsi piccolo con i piccoli. Nell'autunno del 1922, quando era vice­superiore nella casa di Alba, un ragazzo fuggì e ritornò in famiglia, senza che nessuno lo sapesse. Quando la mamma seppe la verità dal figlio, lo ricondus­se ad Alba e si profuse in scuse davanti a don Timoteo. Egli la interruppe e sorridente rispose: «Povero piccolo! Aveva piacere di vedere la sua mamma... Lo riporti a casa, e fra qualche giorno ce lo ricondurrà». Il ragazzo divenne sacerdote ed è uno dei grandi ammira­tori e devoti del Beato. Il Maestro divino ci esorta ad essere furbi come i serpenti: previdenti in tutto; ma anche semplici come le colombe: gioiosi e incapaci di fare il male. La furbizia del serpente deve portarci a vigilare per non fare mai il male (Matteo 10:16). La semplicità è uno dei comportamenti che mantiene l'unità nella famiglia e nella comunità.

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MIRARE MOLTO IN ALTO

La sequela di Cristo e la psicologia umana attribuiscono grande importanza alla capacità di amare fino al culmine, di elevare la nostra vita a un livello superiore di genero­ sità. Questa esperienza di vertice mette in luce l'esistenza in noi di un livello psichico ricco delle più autentiche e più gratificanti potenzialità umane che ci guidano a vivere nel sublime; ci indirizzano a elevare le nostre energie vitali e così vincere la pesante mediocrità. Gli effetti della sublimazione si vedono specialmente nei martiri e nei santi, nei missionari, negli artisti, negli scrit­tori, ecc., cioè negli uomini e nelle donne che indirizzano tutte le loro energie a un fine superiore, ben determinato. L'uomo di Dio non è esente da fragilità; ha sempre tanto di umano e di terreno, ma quando è proteso verso Dio, i suoi atti umani sono sublimati. È da questo livello che scaturisce per il beato Timoteo la vita più vera, cioè la realizzazione della santità, che è il modo di essere degno della grandezza e della nobiltà del­l'uomo. Facendo dono della sua vita a Cristo e alla sua missione, don Timoteo assume la volontà di vivere un amore più generoso; vuole raggiungere la fecondità spirituale più alta e più vasta. Egli scrive nel suo Diario: «Certe mete non si raggiungono se non da chi mira molto in alto. Bisogna credere che Dio può liberarci dai nostri difetti, che Dio ci vuole molto santi... Chi crede, correrà sulle vie della santità, sul monte della perfezione» (27. 1. 1919). La santità esige la sollecitudine della perfezione. Nella società moderna ogni uomo è sollecitato a far emergere da sé il massimo delle sue possibilità e delle sue capacità. Molti scrittori e filosofi hanno cercato di dare una defini­zione del sublime in tutte le sue sfumature. Un autore ignoto scrive: "Poiché tra le fonti del sublime quella più importante è la capacità di grandi concezioni, ecco che, pur trattandosi di cosa piuttosto innata che acquisita, nondimeno bisogna il più possibile educare le anime alla grandezza e, senza posa, renderle degne di generosi sensi". "Questo concetto del sublime - dice l'autore - è assoluta­mente necessario porlo come fondamento della vita". Anche il filosofo E. Kant si è interessato a questo argo­mento nel suo testo Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime. Egli fa degli esempi: "Alte querce e ombre solitarie in un bosco sacro sono sublimi; le aiuole fiorite, le siepi basse, gli alberi potati a figura sono belli; subli­me è la notte, bello è il giorno... II sublime deve essere grande, il bello può essere anche piccolo; il sublime deve essere semplice, il bello può essere adornato e abbellito". E ancora "L'amicizia ha in sé i tratti del sublime, l'amore quelli del bello". Il sublime è l'eco menti. È un invito nità del vivere. Se dell'uomo, c'è molto da riflettere sulla distruzione e dis­sipazione delle sue qualità morali e dei suoi talenti intel­lettuali. Non c'è da meravigliarsi se i giovani fanno dei gesti radicali di rinuncia alla vita, che è dono e valore al grado sommo. Chi mira alla santità deve ricordare le parole del Maestro divino: "Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadro­niscono" (Matteo 11:12). Talvolta don Timoteo concludeva la predica: «Il nostro posto è fra le stelle»; oppure: «Un buon para­diso paga tutto».

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CHI SIEDE PER TERRA NON CASCA

L'uomo cerca da sempre successo e gloria. Cerca anche Dio: lo cerca in alto, e non si accorge che Egli è sceso, si è fatto uomo per umanizzarci e divinizzarci. È una doccia fredda, per l'orgoglio umano. È un invito all'umiltà; a prendere il nostro posto di creature, piena­mente consci del proprio valore, delle proprie possibilità, dei propri limiti, ma anche dei propri difetti. Umiltà è vivere la propria verità. Colui che realizza la vera umiltà, realizza nello stesso tempo autenticamente se stesso. Il beato Timoteo scrive nel suo Diario: «L'umiltà è una virtù illuminata; deve partire dalla verità. È la vera cognizione di noi stessi. L'umiltà è come un abito che ci riveste davanti a Dio, davanti a noi stessi, davanti agli altri; informa la mente con la convinzione del nostro nulla, per cui stiamo bene tanto sul candelabro come sotto il tavolo; informa la volontà piegandola al servizio dei fratelli, senza cercare distinzioni, singolarità e rinunziando alle esigenze egoistiche; informa il cuore facendo amare il nascondimento, le umiliazioni, senza però fare stranezze». E amava ripetere: «All'ultimo posto... ma senza fracasso». II Beato, formato nell'ascetica del controllo di sé, vive nell'umiltà, e nell'umiltà pratica. Suor M. Assunta Bassi, delle Figlie di San Paolo, racconta: "Don Giaccardo scendeva le scale esterne a sinistra del tempio di San Paolo ad Alba. Un religioso stava facendo pulizia nella parte superiore della scala e, non vedendolo (era di spalle), gli mandò addosso tutta la spazzatura. Don Giaccardo si voltò e, vedendolo tutto umiliato, gli sorrise e gli disse: «Non potevi trovare luogo più adatto»". Don Timoteo vive l'umiltà come un valore necessario per mantenere le buone relazioni con tutti, per dialogare e comunicare, per smussare angolosità e acquistare la buona disposizione di considerare gli altri migliori, per offrire un servizio migliore e correggersi dei difetti. L'umiltà è quindi l'atteggiamento di verità nei confronti di se stessi. Essa ci guida a vivere il nostro livello senza paura di essere smascherati, senza il rischio di vivere uno stile che non ci è connaturale, di cadere facilmente in crisi e di svuotare le nostre azioni di significato. L'umiltà intesa in questo senso è la premessa di tante altre virtù: la pace, la calma, la serenità, la stima e il rispetto degli altri. L'umiltà vince la prepotenza umana, previene conflitti e spinge alla delicatezza e sensibilità di cuore e al perdono. L'umiltà ci rende pronti ad accettarci nei nostri limiti e a realizzarci pienamente anche con essi. Ci libera dai nostri complessi negativi e da gonfiature patologiche. Ci dispone ad accettare la volontà di Dio con semplicità e naturalezza e a metterla in pratica con un certo ottimismo. Vivere queste realtà è certamente un aiuto sano e costruttivo.

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L'UMILIAZIONE DELLO SCHIAFFO

Si conosce veramente una persona solo quando si lavora con lei per i medesimi ideali. Solo così si giunge a dare lo stesso significato al suo lavoro, alle sue parole, ai suoi gesti. Quando si lavora insieme in una grande comunità, con la diversità di caratteri e di sfumature negli ideali, nella diversa ricchezza di sentimenti che possono suscitare vedute divergenti, non mancano contrasti e umiliazioni. Le umiliazioni sono la vera fisionomia dell'umiltà. Una umiltà senza umiliazioni è fittizia. Il beato Timoteo era solito dire: «La scuola dell'umiltà è costituita dalle umiliazioni. Le umiliazioni sono il cibo dell'umiltà». Le umiliazioni non mancarono nella sua vita. Quando era direttore del giornale Gazzetta d'Alba, scrisse un editoriale trattando, con civile correttezza, dei disordini che andavano crescendo sotto il regime fascista. Un certo graduato fascista si avvicinò a lui, una sera, in piazza Savona ad Alba e gli domandò: - Lei è il direttore della Gazzetta d'Alba? - Sì. L'altro non aggiunse una parola; lo guardò e lo schiaffeg­giò. Don Giaccardo rimase in silenzio e proseguì per la sua strada, con un nuovo dono da offrire al Signore. Ricco di questa esperienza, consigliava ad una persona: «Succhia le umiliazioni e ringrazia il Signore». L'umiliazione fisica è solo un segno delle molte umilia­zioni morali che don Timoteo ha subito. Esse rivelano come egli si è allenato ad incassare attacchi, accuse e offe­se con umiltà e serenità. Un giorno, avendo avuto una svista nei confronti di un ragazzo (divenuto poi sacerdote paolino, fondatore di diverse case all'estero), all'improvvisa reazione del ragazzo, che si era offeso, don Timoteo prontamente si inginoc­chiò in mezzo al cortile dove si trovavano, a chiedergli scusa. Inoltre don Timoteo accetta, con un lavorio costante, l'u­miliazione della sua inclinazione ad essere superbo e invidioso, per essere più umile. E prega: «Mio Dio, come grondo di umiliazione e di lacrime nel vedermi così vanitoso, così superficiale, così curioso, così iroso... Mi pento, detesto, confido, mi abbandono in Te!». E ancora: «Bisogna che ci abbassiamo, che ci facciamo piccoli fino a che Gesù ci possa fare una carezza; che consideriamo la nostra polvere: la polvere si pesta, si spazzola, si scrol­la via. Quindi, se ci capita di essere dimenticati, scono­sciuti, non considerati, va tanto bene» (SDG). Monsignor Vaccaneo, parroco di Narzole, che ha seguito don Timoteo sin dai primi anni della sua formazione, testimonia: "Dirò una mia impressione sul maestro don Timoteo, ed è: il lavoro lungo, costante, profondo per 1' acquisto del­l'umiltà. Allora mi pareva eccessivo tutto quel lavoro così insistente su questa virtù. Il fatto invece mostrò la verità dei Padri: se vuoi essere santo, sii umile; se vuoi essere più santo, sii più umile; se vuoi essere santissimo, sii umilissimo" (SDG).

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QUANTO VALE UN SECONDO POSTO?

In quasi tutte le discipline sportive, essere secondo non conta niente. Nel ciclismo c'è un solo posto peggiore del secondo, ed è l'ultimo. Alle Olimpiadi sembra che la medaglia d'argento sia una beffa. Arrivare secondo per­dendo lo scudetto è una delle massime tragedie. Nel campo della musica le cose vanno meglio. Una nota musicale tanto più è bella quanto più è ricca; e tanto più è ricca, quanto più numerosi e perfetti sono i suoi armo­nici: cioè note minori, tenui e come sottintese, che si armonizzano con quella maggiore, detta perciò fonda­mentale. Fanno corpo con la principale, perché sono con­sonanti con essa. Secondo la sapienza del Vangelo, il secondo o gli ultimi possono anche essere i primi nel regno dei cieli (Matteo 19:30). Don Giaccardo fin da giovane si educa alla collaborazio­ne e alla solidarietà con gli altri. Nella fondazione della Famiglia Paolina, egli ha il ruolo di essere il secondo; rappresenta l'anello di aggancio tra il Fondatore e le comunità paoline. Questo ruolo spesso è stato difficile, con non poche sofferenze. Scrive nel suo Diario: «Mi pare di vedere chiaro, che si determina sempre più questo secondo ministero: conservare, interpretare, far penetrare, far passare e scorrere lo spirito e le direttive del Primo Maestro (don Giacomo Alberione); ed io accetto con spirito di umiltà questo ministero, con animo docile, affettuoso, sincero». Don Timoteo Giaccardo continua: «Io in casa (nella Congregazione) non ebbi missione di iniziative, ma di educare, piantare, intimizzare la nostra Società San Paolo sulla Chiesa di Roma, sulla roccia di Pietro, sull'apostolicità di San Paolo; ed ho visto la pazienza di Dio nell'assistermi a compiere questo mini­stero». Anche a tavola egli amava non essere caput mensae (capotavola) - come egli scriveva, - ma piuttosto deside­rava servire gli altri. Per questo sapeva così bene rivestir­si dei problemi altrui, e invogliare e consigliare. Don Alberione conferma: "Io non ho nessuno che come lui divida così bene i miei sentimenti e il mio animo; che si prenda cura di voi con più sincera affezione". I1 Beato dimostra, così, sensibilità di coscienza a stabilire con tutti un rapporto di unione, di collaborazione e di comunione. È nell'amare e nel lavorare al proprio posto e nel com­piere con gioia e responsabilità il proprio ufficio, per quanto umile, che si raggiunge il fine desiderato. "Se ogni musicista - diceva il compositore R. A. Schumann - desiderasse essere primo violino non sareb­be più possibile formare l'orchestra".

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BUONA VOLONTÀ O VELLEITÀ

Don Timoteo da ragazzo è vivace, ma generoso. Col pas­sare degli anni acquista quella padronanza di sé che rende la sua vita lineare, senza pesanti scossoni. E in modo lineare gli si adatta la frase di san Paolo, che egli amava ripetere e meditare: "Quelli che Dio ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati, li ha anche glorificati" (Romani 8:30). Egli esercita tutta la sua buona volontà per acquistare la padronanza di sé, che gli dà lo slancio alla vita morale. La sua santità è tanto più autentica in quanto si è consumata dietro le apparenze di una vita del tutto ordinaria. Da questa padronanza di sé emerge una personalità forte, tesa a realizzare in sé, il mihi vivere Christus: cioè la rinuncia e la perseveranza dell'ascesi cristiana, e la dedi­zione totale al suo ideale religioso e apostolico, abbrac­ciato con costanza. Il suo assillo è formarsi come uomo di Dio. Scrive nel Diario: «Non ho che una pena: che io non sono ancora abbastan­za buono, e che voi non siete ancora abbastanza santi». Don Timoteo scrive che la buona volontà è sviluppata dal pensare grande, dal desiderare cose sublimi: «Sperare molto, e perciò volere molto; volere rettamente, volere fermamente; sostenerci nelle prove, offrirci alla fatica, immolarci nel dolore; in ogni fatica e in ogni sofferenza aprire il cuore e sentire la gioia del Paradiso, pro­messo a chi lo vuole». La buona volontà si attiva ogni volta che ci impegniamo a vivere pienamente la vita e a essere padroni delle nostre azioni, dei nostri pensieri e sentimenti. Essa non si realizza a un livello superficiale, ma si riferisce alla vera essenza del "chi sono io". È qualcosa di attivo e di propositivo, contro ogni velleità, egoismo e pregiudizio. La buona volontà è dire "sì" alla vita, per farne una fonte di gioia e di benessere interiore, nonostante le difficoltà e le croci. Don Timoteo è un uomo volitivo e non approva l'indifferenza, o meglio la velleità di tante persone. In una predica distingue tre ordini di persone che camminano su tre vie diverse: a) «Quelle che vorrebbero, ma non vogliono: buone volontà che non sono buone. Il modo condizionale è il modo dei pigri. Il Signore vuole della gente che vuole. b) Quelle che vogliono fino ad un certo punto, ma non si decidono a fare il taglio, ad abbracciare il sacrificio. Qui cadono tanti: fanno finta di non vedere le loro passioni. Ignoranza affettata e maliziosa! c) Quelle che veramente vogliono e mettono la loro mente nella conoscenza, il loro volere nelle disposizioni, il loro cuore nella carità vera. Vogliono quello che Dio vuole» (VHMT 4).

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POETA DEL QUOTIDIANO

Poeti lo siamo un po' tutti quando, vivendo la quotidianità con responsabilità e gioia, facciamo diventare poesia le cose più semplici e a volte banali. Don Timoteo vive la sua quotidianità con eroismo. La via alla santità è la via alla eroicità. Egli, quasi ogni anno, rinnova il suo proposito: obbedienza, collaborazione, fedeltà fino all'eroicità. Silvano Gratilli, parlando di don Timoteo, scrive: "Non è necessario per la eroicità compiere atti vistosi o spettacolari. Se si vuole non un solo atto eroico, ma addestrarsi per una vita eroica, allora bisogna esercitarsi nella conoscenza e dominio di se stessi per essere disposti al lavoro della grazia". Don Timoteo dimostra una grande fortezza d'animo; si distingue nella padronanza di sé, nella pazienza, nella costante dolcezza. È stretto collaboratore di don Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, senza mai schivare i disagi o rifiutare la fatica, per più di trent'anni. Il suo messaggio è concreto: «La vita spirituale è chiamata immolazione e sacrificio e lo è; ma il Signore non chiede delle cose straordinarie, ma chiede la lealtà, la fedeltà, il fervore, la letizia nell'osservanza delle piccole cose quotidiane. La vita comune costituisce la virtù ordinaria perché quotidiana, perché robusta» (VHMT 4). Esercizio autentico e maturo di virtù è vivere la propria vita come donazione, come collaborazione operativa nella famiglia, nell'ufficio, al lavoro. Nell'ottica evangelica la vita che non si fa dono d'amore, di abnegazione, di rinuncia alla propria volontà, ai desideri, ai giudizi, è sterile ed egoistica. L'avventura della vita si risolve prima di tutto nel decidere di vivere al proprio posto e di convivere senza tensioni e conflitti, con quanti colgono aspetti dell'esistenza diversi dalle nostre vedute personali. La fedeltà al quotidiano è saggezza, che consiste nel sapere su che cosa chiudere un occhio e su cosa essere vigilanti per discernere il bene dal male. Le strade che conducono alla saggezza sono cinque: vedere, ascoltare, tacere, ricordare, servire. Essere presenti ed essere tempestivi nel quotidiano è un imperativo categorico per vivere nella pace, nella calma, nella felicità umanamente raggiungibili. La vita ordinaria, proprio perché spesso è ruvida e prosaica, dove non mancano le delusioni e gli insuccessi, i malintesi e le incomprensioni, ha bisogno di far ardere il fuoco dell'amore. Le potenzialità dell'esistere si sprigionano vivendole. È doveroso vivere il quotidiano con semplicità; educarsi al quotidiano con intelligenza; nutrire la disponibilità fino in fondo e nella delicatezza senza misura. Niente è piccolo quando l'amore è grande.

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PITTORE DEL SILENZIO

Don Timoteo è artista del silenzio in quanto lo personifica, lo ama e lo fa amare. È silenzioso con gioia e con semplicità. Alla sua presenza tutti sentono di rimanere silenziosi e raccolti, senza nessuna soggezione. È un silenzio rispettoso, vissuto, gustato. Egli esclama: «L'amore al silenzio; il silenzio dell'amore!». Il silenzio ci educa a essere uomini, ci peri-nette di rientrare in noi stessi per ritrovarci, conoscerci, confrontarci, migliorarci. Dio ci parla quando ci trova nel silenzio. Don Timoteo scrive nel Diario: «Il silenzio è la virtù che ci astrae dalle cose presenti e ci fa capire le cose spirituali e divine. Non consiste soltanto nell'evitare il chiasso: il vero silenzio è quello che ci fa penetrare le cose spirituali e può stare anche con la vita più dinamica. Chi parla molto, pensa poco; è superficiale. La superfi­cialità si cura col silenzio, con la riflessione, con la retta intenzione, con lo spirito di responsabilità». Don Timoteo valorizza il silenzio come mezzo di comunicazione autentica: con Dio, con se stesso, con gli altri e con la natura. Il silenzio facilita la nostra assimilazione a Cristo. Nel silenzio si va incontro al Maestro e ci si trova uniti, accanto a Lui. Il silenzio è sapienza, ascolto, riposo vibrante di vita. Dilata l'autocoscienza su) panorama interiore in modo da richiamare queste esperienze nella quotidianità frettolosa della vita. Don Timoteo invita tutti a imitare l'esempio del Maestro divino: "Gesù taceva" (Matteo 26:63). «Questo silenzio non impedisce a Gesù di confessare la sua innocenza, testimoniare la sua divinità, attestare la divina figliolanza; ma davanti agli improperi e le calunnie tace. Impariamo il silenzio di Gesù in mezzo al lavoro, alle sofferenze e alle fatiche; tanto più è silenzio quanto più è amore; l'amore sarà tanto più amore quanto più è silenzioso; e l'operosità sarà tanto più fruttuosa, quanto più vi è di silenzio» (VHMT 4). Questo suo detto è di valore perenne e universale: «Fatevi santi silenziosi e umili».

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SUSCITATORE DI ENERGIE

Don Timoteo è suscitatore di energie con la parola e con gli scritti. Lo descrive così don Alberione: "L'apostolato egli lo sentiva, lo amava, lo sviluppava senza farsi notare perché era un suscitatore di energie". Ama rispettosamente i classici. Cita il pio Enea, il celeste Virgilio, il papà Dante, il beato Manzoni. Dopo aver posto le necessarie basi culturali e spirituali attingendo dalla Sacra Scrittura, da san Paolo, dagli scritti dei Padri della Chiesa, consuma tutta la sua vita in un'alternanza di discepolato e di magistero. Luigi Giovannini scrive: "Fu tutto un attingere, assimilare, vivere e donare con le parole, con i fatti e con la vita. Con un gioco di parole che sarebbe piaciuto a don Giaccardo, diciamo che egli fu davvero maestro perché discepolo e discepolo perché maestro". Don Timoteo realizza nei mezzi della comunicazione sociale la sua particolare chiamata. Forma intere generazioni a questa missione. Scrive nel Diario: «La stampa cattolica è l'idea regina della mia vita, la signora della mia mente, della mia volontà, del mio cuore». Esercita la professione di giornalista. Scrive molto perché la stampa «moltiplica le voci che parlano, i cuori che ascoltano, i paesi che sentono». Comunica con un cuore pieno d'amore di Dio e dei fratelli, da un dialogo intimo con Gesù Maestro, Gesù Eucarestia, con Maria Regina degli Apostoli, con san Paolo. Dialoga, scrive, comunica, incoraggia. Ha tanta gioia e amore da rivelare, perché si sente benedetto dal Signore e amato da tutti. Nel periodo delle costruzioni delle case paoline, prima ad Alba e poi a Roma, i creditori andavano da lui arrabbiati, ma incapaci di affrontare il suo fascino semplice e irresistibile e gli facevano anche un'offerta.Un creditore, certo Eugenio Rabino, che aveva fornito molto ferro per la costruzione della casa di Alba, diceva alla moglie: "Ecco, parto di qui irritato, vado là, non mi paga, e tuttavia torno a casa contento". Il segreto del suo successo è la sua fede illimitata nella divina Provvidenza. Con don Alberione firma una "cambiale", che risale alla fine del 1919 o ai primi del 1920. Essa è così formulata: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta" (Matteo 6:33). Questa cambiale viene messa nel Tabernacolo. A Roma don Timoteo metteva nel Tabernacolo una busta con la distinta e la scadenza dei debiti e attendeva, giorno dopo giorno, la risposta per poterli saldare. E la risposta non mancava di arrivare. Claudio Sorgi, giornalista, scrive: "Dunque questo nuovo beato induce a ringraziare il Signore, per il "segno" che esso rappresenta per tutti noi che abbiamo creduto e che ci siamo buttati, come gli Apostoli che gettarono le reti rischiando ancora una volta di trovarle vuote. Ci siamo buttati con trepidazione e ora ci troviamo al fianco di un santo. Non è il primo giornalista che sale agli onori degli altari, ma i predecessori sono arrivati alla santità mediante il martirio, questo invece ci è arrivato facendo quello che noi facciamo" (Famiglia Cristiana, novembre 1989).

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UOMO DIA CCOGLIENZA

I capolavori della vita interiore partono sempre da un presupposto: l'accoglienza e l'amore della persona. Chi ama vive per comunicare e diffondere la serenità, la fidu­cia, il bene. Don Timoteo ritiene che la vita è un dono per mettere le proprie doti al servizio degli altri. Monsignor Ablondi, vescovo di Livorno, ha detto: "La beatificazione di don Giaccardo è un capolavoro di collaborazione di un uomo con la sua chiesa, con la sua comunità, con la sua famiglia". Come superiore della casa di Alba o di Roma, don Timoteo accoglie personalmente gli aspiranti che entrano nel parlatorio e li accompagna nel suo ufficio per due parole di incoraggiamento e una caramella. Egli sembra burbero, con un volto quasi severo, ma ispira bontà e gioia. E' cordiale e puntuale ad ogni appuntamento. Il chierico Pasquale Sterpone, compositore e poeta, autore di canti, che risuonano sotto le volte della Basilica di san Pietro e in tutte le chiese paoline nel suo caratteristico "Scio cui credidi", confida al suo compagno Leonardo Manfredi: "Sto pensando di comporre un'operetta che riporti sul teatro l'ingresso dei giovani aspiranti. Vorrei riprodurre nella musica e nello spettacolo la gioia di don Giaccardo nell'accogliere i giovani aspiranti accompagnati dai loro parenti e fare sentire le sue conversazioni. È così bello vederlo andare incontro ai nuovi arrivati, con le braccia aperte, tutto sorridente, con parole incoraggianti, per esprimere il suo ringraziamento". Quando nel 1943, a 23 anni, Sterpone moriva, don Timoteo, con le lacrime agli occhi, comunica la notizia: «Sterpone, come il diacono Lorenzo, è andato in paradi­so, a dirigere il coro degli angeli». Nella predicazione, don Timoteo, a volte non è immediata tamente chiaro: "È la parola del maestro che insegna, del padre che ama, che stimola alla corrispondenza alla pro­pria vocazione, all'adempimento della specifica missio­ne", scrive suor Maria Lucia Ricci. "Si nota come la schiettezza, amante della verità, veniva espressa così benevolmente da illuminare e mai scorag­giare" (VHMT 4). Don Timoteo ha un animo sensibile ai problemi umani. Durante l'ultima guerra, nei mesi della Resistenza, egli sa mantenere la calma nei momenti più drammatici. Riconcilia il repubblichino Maggiore Galiardi, che lo minaccia di morte, e i partigiani che vogliono la rappre­saglia. Verso la fine della guerra rimane nel ricordo di tutti gli Albesi l'amicizia singolare tra don Timoteo e l'avvocato Riccardo Roberto, principe del foro, patrocinante in Cassazione, ex-parlamentare comunista. Eppure l'avvocato è amico dei Paolini, ammira don Alberione e la sua opera, ma è legato in modo particolare a don Timoteo che, con la sua semplicità, lo disarma sempre nelle sue ire fiammeggianti. Per alcuni anni, don Timoteo gli manda il chierico Francesco Caponi a portargli l'Osservatore Romano e la Civiltà Cattolica. Spesso lo invita a mensa con i confratelli, o in occasione di qualche festa della comunità paolina. L'avvocato deporrà ai processi di beatificazione: "Gli facevo pena. Notavo con quanto amore mi seguisse".

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LE STELLE CI SORRIDONO

Negli anni 1944-45 il libro Bellezza e verità delle cose di Antonio Anile circolava fra gli studenti chierici di Alba. L'autore era medico, biologo, poeta, ma soprattutto umanista: egli sentiva fortemente l'unità della cultura e l'intima fusione tra questa e la vita. Il libro suscitava negli studenti grande entusiasmo per l'astronomia. Un potente cannocchiale era a loro disposizione. Don Timoteo partecipa all'ebbrezza dello studio. Con il chierico Luigi Borello e alcune suore, alla sera dopo le ventuno, va nell'orto a contemplare le stelle e a osservare le costellazioni. Con frequenza esclama: «Le stelle ci sorridono. Narrano la gloria di Dio». L'esultanza, la meraviglia e la gratitudine sono ricchezza di vita interiore. Ed è bello, oltre che doveroso, trovare nelle cose create l'amore di Dio, la sua bellezza, la sua provvidenza e misericordia. Don Timoteo è costantemente pervaso da un senso di meraviglia: cioè il gioioso sentimento che viene quando conosciamo la realtà del bene, del mirabile, del sacro che molte volte ci sfugge. Nel sacro la meraviglia è preghiera contemplativa; è gratitudine adoratrice. La meraviglia arricchisce don Timoteo in quanto lo fa più consapevole della sua dignità di figlio di Dio e lo investe di una spiritualità che va vivendo ogni giorno, per cui si muove a suo agio nell'interpretare i segni dei tempi e il rapido mutamento della società. Questo senso di meraviglia lo impegna nello studio della bellezza - studium pulchritudinis. Egli commenta: «Perdere il gusto di questa armonia interiore porta in sé il pungolo della morte: morte intellettuale, morte del cuore, morte spirituale, morte apostolica» (FSP, agosto 1943). Don Timoteo si meraviglia di tutto. Gode delle feste comunitarie, delle accademie letterarie e teatrali. Ammira tutto: il lavoro di una persona, le belle edizioni di libri, le devote liturgie bene organizzate e partecipate. Abbellisce il tempio dedicato a San Paolo in Alba. Sostiene don Enzo Manfredi nella sua scoperta scientifica; e quando don Enzo fallisce nel suo esperimento e dimostrazione alla presenza di sacerdoti e studenti, don Timoteo è il primo ad incoraggiarlo a riprendere gli studi (cf Don Enzo Manfredi, di E. Fornasari). Soprattutto egli sa comunicare questo senso di meraviglia agli altri. Don Guerrino Pelliccia racconta: "Quando il Beato Giaccardo nel 1946 tornò a Roma, colsi volentieri l'occasione per fargli l'omaggio del volume di circa 600 pagine dal titolo: La preparazione ed ammissione dei chierici ai santi ordini nella Roma del secolo XVI. Lo tenne tra le mani e guardando attentamente la copertina, vi impresse un bacio sulla parte superiore della medesima. Era certamente un segno d'affetto e di apprezzamento immediato per la fatica scientifica del suo primo sacerdote romano, che aveva accolto e avviato alla vita paolina, all'apostolato paolino della buona stampa". Don Timoteo è un mistico e un contemplativo. Questa caratteristica fa comprendere meglio la sua vita e la sua opera. Fin da bambino manifesta una forte predisposizione alla religiosità. E come tipo introverso, tende alla riflessione e al raccoglimento. Teologicamente si potrebbe parlare di "carisma". Infatti Dio edifica il suo regno predestinando alcuni fin dall'infanzia ad essere particolarmente recettivi dei suoi doni. Egli scrive: «Alcuni ricevendo un piccolo beneficio ne sono grati e subito ringraziano, e hanno l'animo fatto come un'aiuola verdeggiante e fiorita» (VHMT 4).

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BADA A TE STESSO

Don Timoteo, primo sacerdote della Famiglia Paolina, ne diventa subito il cuore e l'anima. Fedelissimo nel suo ministero, è semplice e lineare nell'educare e nel consi­gliare. È superiore di comunità piuttosto numerose e non gli manca l'occasione di incontrare qualche impiccione. Egli, pronto e trasparente, consiglia: "Bada a te stesso", "Conosci te stesso", "Educa te stesso". Ama la discipli­na, ma detesta il perfezionismo che confonde l'ideale perfetto con l'impeccabilità. Il perfezionismo non è appannaggio degli ambienti religiosi; esso si trova in altre realtà sociali e culturali; esso è paura, che porta il perfezionista a voler regolare fin nelle minute particola­rità il suo comportamento. Don Timoteo vive e insegna l'importanza della grazia, la fedeltà alla preghiera, la frequenza ai sacramenti, la pratica delle virtù individuali e sociali. In lui è sempre presente il richiamo evangelico: "Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24). Don Guerrino Pelliccia racconta la sua esperienza. Dell'obbligo di aiutarsi a vicenda e di riportare sulla retta via chi pecca, "concepii un'esigenza quasi letterale, quasi ossessiva, riducendola all'osservare continuamente il comportamento degli altri, per riferirlo al superiore quan­do a me sembrava bisognoso di correzione. Non capii la delicatezza e i passi graduali suggeriti dal Vangelo. "Ne avevo fatto un assoluto: quel compagno aveva mancato? A me l'obbligo di riferirlo a chi era in autorità, per farlo correggere. Venne un giorno - benedetto quel giorno! - quando il beato don Giaccardo mi rampogna asciutto asciutto: "Ma quand'è che cominci a badare a te stesso?". Mi si aprirono gli occhi e smisi quel vezzo così frequente di far lo spione sul conto degli altri. E ne conseguii una gran pace" (Palestra del Clero, 1990). Un altro esempio dimostra la delicatezza pedagogica del beato Timoteo. Attilio Monge, nel compito in classe, riporta un tre in algebra. Come punizione esemplare deve far firmare il compito dal "Maestro Giaccardo". Egli lo riceve, firma la pagina zeppa di segni rossi e gli dice: «Nella vita non possiamo fare solo ciò che ci piace e studiare materie che privilegiamo. Tutti abbiamo le nostre piccole croci... la tua è l'algebra e dev'essere il tuo fioretto in questo periodo d'Avvento». "Bada a te stesso" è una raccomandazione fatta da quando l'uomo ha cercato di scoprire la propria identità, di sapere: "Chi sono io?", "Da dove vengo?", "Che cosa faccio?", "Dove vado?" Il bisogno di essere se stesso è simile a quello di essere creativo, amato e riconosciuto per quel che si è. La scoperta della propria identità avviene per mezzo della riflessione, dell'esame di coscienza a cui don Timoteo fu "fedele, metodico, razionale, condotto con una professionalità che sa dell'eroico" (PO). Nella scoperta di se stesso non bisogna aver fretta. Ci vuole tempo, per rivelarsi in tutte le dimensioni. Questo lavoro di natura spirituale e psicologica richiede pazienza e prudenza, per evitare affermazioni affrettate. Don Timoteo scrive nel Diario: «La fretta è carica di nervosismo, stanca senza concludere, dissipa, è nemica dell'interiorità, è segno di orgoglio e di mancanza di fede; è mancanza di proporzione fra attività e meditazione: andare contro la fretta non vuol dire assecondare la pigrizia, ma agire con proprietà e opportunità». Un consiglio sempre valido per tutti: "Non abbiate fretta di fare e di riuscire".

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SE È CARITÀ, CIRCOLA

L'uomo è relazione. L'amore è diffusivo. Solo nell'amore verso Dio, verso se stesso e verso il prossimo, egli si realizza e trova la sua salvezza. Don Timoteo riassume la legge dell'amore e della carità in un detto molto incisivo: «Se è carità, circola; se circola è carità». Nel 1940 spiega il suo pensiero a un gruppo di novizie delle suore Pie Discepole del Divin Maestro: «L'amore fraterno è l'amore di Dio che circola nelle membra del Cristo, e l'amore di Dio non c'è se non circola, e non circola se non c'è. Non c'è amore di Dio, se questo non circola, se non si comunica. Non stare a dire che vogliamo bene, ma piuttosto agiamo. L'amicizia ci deve condurre all'unità; non mettete mai nessuna saracinesca nel corso della carità; lasciatela circolare, correre, anche quando v'è alcuna che non vi piace o vi è antipatica. Non dire al Signore che gli vogliamo bene, quando non lo dimostriamo con le opere. Nell'amore fraterno v'è la pienezza dell'amore di Dio, e la natura dell'amore sta nella circolazione. L'amore deve circolare sempre anche con il Signore» (VHMT 4). La carità di don Timoteo circolava sempre e in mille modi. Un giorno egli si presenta ad Assunta Bassi, che non era ancora suora, con una busta in mano e le dice: - Un parroco di campagna chiede alcuni libri in omaggio. - Dobbiamo mandarli questi libri? - domanda Assunta. - Sì, facciamo questa carità della Verità e la Provvidenza penserà a noi. Don Timoteo manifesta il suo animo caritatevole specialmente durante la "tortura di Alba e dell'Albese", dopo che l'Italia ha firmato un armistizio 1'8 settembre 1943. Millecinquecento soldati sono stanziati nella caserma "Generale Govone", assediati dai Tedeschi. Don Timoteo manda prima delle suore per offrire loro pane e generi di conforto; poi manda alcuni sacerdoti che riescono con diversi stratagemmi a confessare e comunicare quei poveretti, prima che siano stivati su carri bestiame e tra­sferiti nei campi di concentramento. In diversi tempi parecchi perseguitati, ricercati o sbandati trovano rifugio nell'Istituto San Paolo. Don Timoteo incarica dei sacerdoti a dialogare con le forze operanti nei diversi fronti sulle colline delle Langhe, per tentare di portare conforto e prestare assistenza ai condannati a morte. Alcune suore sono incaricate di portare viveri alle famiglie bisognose. La carità di don Timoteo vede tutto. La carità è anche semplice. Egli scrive nel suo Diario: «La carità pensa bene e lo mostra nella serenità della mente, nel sorriso del labbro, nella sincerità delle parole. La carità dice bene. Dire sempre bene, anche se si è detto male di voi, anche se ci hanno calunniato: può essere eroismo. L'eroismo della carità».

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RENDETE LA VITA BELLA

Don Timoteo parla volentieri della necessità di essere gioiosi, o della perfetta letizia. Ricorda i Fioretti di san Francesco d'Assisi. Cita sovente san Paolo: "Rallegratevi sempre nel Signore". Il nocciolo del discorso era sempre lo stesso: «Rendete la vita bella e lieta, per voi e per quelli che vivono con voi». La gioia è segno di una ricca interiorità. Sorge dal cuore, viene dal Maestro divino perché Egli è venuto a comunicarci la gioia e vuole che la nostra gioia sia piena. Dio vuole la felicità degli uomini. La vera gioia viene quando si è capaci di fare a meno di tante cose terrene e di esserne distaccati. Don Timoteo predica: «Io non ho mai visto delle persone così liete e generose come nei primi tempi della casa, quando non avevamo niente. Meno si ha, più si è contenti; meno si ha e più si è attaccati al Signore, il quale è gaudio e pace» (VHMT). Scrivendo il Diario, don Timoteo si domanda: «Dobbiamo essere ottimisti o pessimisti? L'ottimismo si fonda sulla fede nella presenza di Dio nel mondo, nella Chiesa, in noi; il pessimismo è conseguenza delle considerazioni umane! Ma Dio redime l'io: perciò un ottimismo silenzioso, operoso, fiducioso». Don Timoteo offre una ricetta di buona salute contro la malinconia, la depressione e altre malattie dello spirito. «La malinconia è un pericoloso laccio del demonio, ostacolo alla fiducia in Dio; evitare le deviazioni del cuore, curarle con la gioia, confermando e facendo fiorire in noi la speranza. Coltiviamo sempre un abbandono fiducioso e lieto: gli sbagli che Dio permette servono a noi e agli altri. Benedette imperfezioni, che ci elevano a confidare in Dio e ad abbandonarci a Lui!». La gioia è sorgente di energia, di efficienza e di generosità: "Dio arna chi dona con gioia, dice san Paolo. Chi dà, riceve a sufficienza; chi dà, produce opere di giustizia; chi dà, ha molti meriti che ringraziano per lui e con lui". La gioia è il frutto dell'armonia interiore, è l'effetto di sentirsi armonizzati con la realtà della vita, è la risultante dell'accordo con il prossimo e gli elementi della natura e delle stagioni. Questo avviene se siamo aperti ai fratelli, in modo particolare ai bisognosi e ai sofferenti. Possiamo sempre creare la gioia, inventarla, produrla lì per lì nell'atto di comunicarla e offrirla. Preoccupiamoci dunque della gioia degli altri. Usciamo dal nostro guscio, dalle nostre ansietà, dal pensare a noi stessi, per regalare la luce a chi non ce l'ha; la forza di andare avanti a chi non la possiede. Trovare ragioni per la nostra gioia, vuol dire risalire alla sorgente della vita; vuol dire forse riscoprire il Buon Pastore, la cui presenza riscatta abbondantemente le negatività delle cose che ci opprimono. Don Timoteo si impegna per non causare pena a nessuno. Vive una vita di intensa unione con Dio, per rendersi capace di guidare gli uomini. Contempera con raro equi­librio gioie e dolori. Offre aiuto e guida sicura, luminosa e gioiosa a quanti si rivolgono a lui, e tutti ne rimangono soddisfatti. La gioia è la via alla santità ed è sanità.

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SANTIFICARE IL TEMPO PRESENTE

Filosofi, scrittori e santi compresero la preziosità del tempo. "Chè il perder tempo a chi più sa più spiace" (Dante, Purgatorio 3,78). Don Timoteo non manca di predicare sulla necessità di vivere e di santificare il momento presente. Don Alberione riporta un suo pensiero: "II maestro Giaccardo diceva: se volete vivere in fervore, guardate che la gior­nata di oggi sia migliore di tutte le altre giornate della vostra vita" (AAP 1959,113). Il tempo trascorso non è più nostro; l'avvenire non è a nostra disposizione: abbiamo solo il presente per fare del bene. Don Timoteo scrive nel Diario: «Confido e spero di non ammirare solo gli ideali della santità, ma di perseguirli. E spero di avere una santità pratica, quella del giorno, del­l'ora, della circostanza, del luogo». E ancora: «Io penso sempre al futuro e al passato; ma debbo considerare a far bene nel presente» (1920). Vivere il presente ci invita a non affannarci per il futuro, poiché "il domani avrà le sue inquietudini" (Mt 6,34) e Dio ci dona la sua grazia giorno per giorno, secondo le nostre necessità. È sapiente richiamare il pensiero di don Alberione: "Il Signore accende le lampadine man mano che si cammina ed occorre; non le accende tutte, subito all'inizio, quando ancora non occorrono; non spreca la luce; ma la dà sempre al momento giusto" (CISP 192). Non possiamo essere opportunisti, come suggerisce il cirenaico Aristippo, che insegnava di afferrare e consumare il piacere oggi, perché del domani non siamo sicuri; 0 l'imperativo proposto dalla morale epicurea con la celebre espressione "Carpe diem": cioè sfrutta l'oggi. Cogliamo l'ideale dell'attenzione al presente, perché è vivendo il presente che ci liberiamo dalle debolezze del passato e dimentichiamo le sofferenze che ci bloccano. È vivendo il presente che adempiamo i doveri con più disponibilità. È vivendo il presente - un'ora alla volta - che le croci diventano più sopportabili, i problemi più facilmente circoscritti, le aspirazioni al bene più realizzabili. San Paolo sottolinea il valore del presente come momen­to importante per attuare la nostra salvezza, per vivere in amicizia con Dio: "Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza" (2Cor 6,2). Santificare il presente valorizza il tempo e ci impegna a vivere meglio il motto alberioniano: "Progredire un tantino ogni giorno". Ne consegue che siamo più sereni, più emotivamente stabili, con nuove energie per vivere le 24 ore in pienezza e con spirito di pace. Vivendo consapevolmente il momento presente, l'ora presente, l'oggi, ci riesce più facile praticare il proposito: "Farò di questo giorno il più bel giorno della mia vita". Gli psicoterapeuti seguono la filosofia del presente: "La vita è adesso". Il cristiano vive il suo "oggi" come l'oggi di Dio nella propria vita: oggi di gioia, di salvezza, di pace e di perdono.

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UN POSTO PER OGNI COSA

Ad Alba, nella vecchia casa chiamata San Giuseppe, vi erano l'officina e la falegnameria. Fratel Giacomo Bortolotti era il direttore dell'officina ed era un simpaticone. Non diceva mai di no a coloro che si presentavano a lui con i loro piccoli hobbies o lavoretti in ferro, anzi ne ammirava l'ingegnosità. Tuttavia esigeva che gli attrezzi venissero rimessi al loro posto. Sopra la forgia, in alto, aveva messo la scritta: "Un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto". Don Timoteo leggeva volentieri quelle parole e a volte le commentava nelle prediche, per incoraggiare tutti a mantenere ordine e disciplina. «L'ordine esteriore - diceva - è segno dell'ordine e dell'armonia interiore». L'armonia psicologica e spirituale è necessaria per vivere meglio con se stessi e con gli altri. Facendo armonia dentro di sé si acquista un'altezza di visione che aiuta a coltivare il senso della nostra esistenza e missione. L'ordine aiuta a occupare bene il tempo, che è breve. Quindi dobbiamo essere ordinati per essere più attivi ed efficienti in tutte le dimensioni della vita. Se l'ordine esteriore è importante, don Timoteo, sempre ordinato ed esigente con sé in tutto, sottolinea la necessità di armonizzare le facoltà umane in Cristo. Non c'è tesoro più grande che l'avere Cristo. Egli prende da don Alberione il simbolo del "carro che corre poggiato sopra le quattro ruote", che danno allo stesso tempo stabilità e capacità di movimento. La prima ruota è la pietà, il cui principio è: vivere in Cristo Gesù. Nella misura in cui si stabilisce la vita in Lui si riesce a recuperare e a conservare l'unità della persona. Questo principio «deve essere integrale, cioè personale, che prende tutta la persona in tutte le sue potenze interne ed esterne e fa dare al Maestro divino non solo pratiche, ma la vita» (DTS).Non meno importante è la seconda ruota, cioè la formazione della mente e del carattere, che deve procedere senza tanti intoppi verso quella unità e coesione che forma l'integralità. Don Timoteo è di animo contemplativo e tutto quello che è bello, buono ed edificante è l'oggetto delle sue riflessioni e delle sue conversazioni. II nostro cuore deve stare in cielo, ma la vita è un cammino che dobbiamo percorrere sulla terra. Egli ama ripetere: «Il Vangelo fa belli gli occhi, la mente, il cuore». «Guarda il cielo - esorta. - Quanto è bello! Ma quanto più deve essere bello il Signore che lo ha fatto!». La terza ruota del carro è il lavoro, che per ogni paolino è apostolato e comunicazione del Vangelo. Don Timoteo ripeteva: «L'apostolato è più fede che impresa; più preghiera che parole; più carità che opere». E infine vi è la povertà, cioè l'accontentarsi del necessario e testimoniare Cristo umile e povero. «Non si accede alla santità se prima non si è poveri, se non ci si distacca da tutto» (DTS), per acquistare la capacità di guardare oltre.

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DALLA PENNA ALLA PALA

Tutti i santi sono dei grandi lavoratori: per ciò che fanno e soprattutto per ciò che per mezzo di esso diventano. Don Timoteo si unisce all'Istituto Società San Paolo come insegnante, ma si adatta ai lavori più svariati: tipografo, redattore di giornali, scrittore e, se è necessario, anche manovale. È infaticabile, anche se nei vari lavori non è molto pratico e non raggiunge mai la professionalità tecnica di altri suoi confratelli. Conosce i propri limiti. E quando va a Susa come capogruppo delle prime Figlie di San Paolo per assumere la stampa del settimanale diocesano La Valsusa, sa ridere di se stesso: «Sono un cavolo poco produttivo, che viene trapiantato; per crescere ha bisogno di gettare profonde radici nell'umiltà e di essere innaffiato da molta preghiera» (Diario). Don Timoteo ama il lavoro e lo considera «un mezzo di santificazione, poiché in esso si esercitano tante virtù». Egli lavora molto. La sua presenza sul lavoro è gradita, perché sprona al lavoro e lascia lavorare. In tipografia, in officina o in falegnameria, nello stabilimento della cartiera o nella sala degli scrittori, ognuno si sente incoraggiato ad essere creativo e a sviluppare i propri talenti intellettuali. Un giorno, nella falegnameria, fratel Giuseppe Chiesa gli mostra le mani indurite da grossi calli. «Bene! - dice il maestro Giaccardo - un paolino prega meglio con i calli alle mani». E prende quelle mani profumate dalla resina del legno e le bacia. Nel 1926 va con alcuni ragazzi ad aprire la casa di Roma. Dimostra iniziativa e abilità sorprendente nel superare le difficoltà, tanto da suscitare l'ammirazione e la cooperazione delle autorità religiose e civili. Nel 1933 il cavaliere Costanzo Bo di Narzole con la consorte Angela Gonella fanno il loro viaggio di nozze nella Città Eterna. A Roma visitano le Basiliche, le Catacombe e don Timoteo, memori dell'antica amicizia. Lo trovano, confuso tra gli operai in maniche di camicia, con il volto e i capelli striati di bianco, che porta calce ai muratori. Don Timoteo si accorge dei due concittadini, si asciuga il sudore, si lava le mani e va loro incontro, tutto premuroso. «Sono contento di vedervi - dice -. Io, come vedete, qui faccio il furic (manovale). Vorrei offrirvi qualche cosa; ma così, preso alla sprovvista, non ho nulla di buono. Vi voglio però offrire qualcosa di mio, come un caro ricordo della vostra visita». Don Timoteo scompare dietro una porticina ed esce con un libro in mano, ancora fresco di stampa. Ha scritto una dedica per loro, di proprio pugno. «Tenete, vi faccio omaggio di una mia piccola fatica romana. È un libro che ho scritto qui: Maria Regina degli Apostoli. Leggetelo, vi farà del bene».

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IN TRINCEA SI È TUTTI AMICI

Un'influenza collettiva colpisce la comunità di Alba, costringendo i malati a letto per alcuni giorni. Don Timoteo in una meditazione dice che la malattia rinsalda l'amicizia, genera servizio nei confratelli, offre aiuto vicendevole, dona presenza gioiosa. Egli esordisce con il detto: "In trincea si è tutti amici". L'amiciza o trova uguali, o rende uguali. Ma poi si lascia prendere dal tema fino a dimenticare l'o­rologio e misticamente afferma: «Nella malattia si offre insieme, in un amore oblativo; si dona insieme. Oh, la bellezza di essere ammalati!». Tra i diversi apostolati, c'è anche l'apostolato della sofferenza. Don Timoteo lo raccomanda a tutti: «Accogliere, portare e offrire a Gesù crocifisso le indi­sposizioni, le infermità, le tristezze, le oscurità, le desolazioni; ciò che contrista, contrasta e contraddice; non soltanto come purificazione dell'anima, ma come vero apostolato che potrà durare molti anni, magari tutta la vita». Tuttavia le sue premure hanno un che di materno. Ogni giorno, dopo pranzo, passa nell'infermeria e s'informa sull'andamento delle cure, sul numero dei pazienti. "All'energica infermiera - racconta Eugenio Fornasari - che propinava in abbondanza olio di ricino, raccontò una volta la storia di Pinocchio e la buona fata turchina". Don Timoteo, per esempio, "sapeva che fratel Vincenzo Tommasini passava la mattinata dei giorni festivi all'in­gresso del tempio San Paolo (Alba), per offrire ai fedeli libretti di pietà e stampe religiose. Nelle giornate fredde dell'inverno il Maestro Giaccardo gli mandava un thermos di latte bollente e una mattonella calda su cui poggiare i piedi" (PO). Frequentemente raccomanda di prendersi cura della salute, che è un dono prezioso di Dio. Egli concepisce la salute di tutta la persona: mente, volontà e sentimenti. "Mente sana in un corpo sano": cioè giusto equilibrio tra lavoro, preghiera, ricreazione, riposo e soprattutto un nutrimento sano. È necessario che l'uomo si rinnovi in tutto il suo essere, in tutte le sue energie, prendendo da esse tutto il proprio potenziale. Scrive nei suoi taccuini: «La salute è un dono di Dio da spendersi come una moneta ma non da sprecarsi. Tuttavia non viviamo per conservare la salute, ma per spenderla. Spendere vuol dire che c'è anche qualcosa da perdere. Talvolta lo spendere può portare fino al disagio dell'immolazione, ma è doveroso».

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SIAMO DI CASA

Don Timoteo è contento di essere nato nella sua famiglia. Dimostra amore filiale verso la mamma e obbedienza verso il papà; ne segue i consigli anche già avanzato in età e sacerdote. Padre e figlio stavano bene insieme. II babbo veniva a trovarlo ad Alba e si prestava a lavorare nell'orto. Quando nel mese di ottobre 1919 la mamma si aggrava a causa di dolori addominali lancinanti, don Timoteo ottiene di anticipare la sua ordinazione sacerdotale per esserle accanto. Egli resta al suo capezzale per ore e ore, in preghiera. "Quanti lo vedevano - scrive il padre - piangevano nel constatare tanto amore di figlio per sua madre". Riguardo all'anticipo dell'ordinazione sacerdotale, don Leonardo Manfredi ricorda: "La mia mamma morì due mesi prima della mia ordinazione. Dopo il funerale incontrai don Timoteo nella casa di Alba. Egli mi chiese: «Sapevi che la tua mamma era gravemente ammalata? Avremmo potuto anticipare la tua ordinazione!». La mia mamma non era grave e nulla faceva prevedere la morte così imminente. La morte la colpì improvvisamente. Si sentiva che per don Timoteo era una grande pena che il Signore gli aveva evitato e lui l'avrebbe sempre voluta evitare agli altri". La sua benevolenza e docilità sono un atteggiamento attivo, per cui sa restare nei limiti del suo ruolo, sa appoggiarsi ad altri per avere aiuto e sostegno. Si trova a suo agio con tutti, piccoli e adulti. L'amore per la propria famiglia lo conduce a trasferire quasi con naturalezza il concetto di casa e di famiglia alla comunità religiosa. Tutto si fa per la casa e nella casa. Egli è a casa sua; e nella sua casa prega, ascolta, dialoga, lavora, governa e si dona a Dio e ai confratelli.Don Timoteo offre amore senza preferenza di persone e crea lo spirito di famiglia. Scrive: «L'ideale sarebbe di avere una famiglia, in unione di anima e di cuori, consacrata all'opera tanto urgente della stampa» (PP). La famiglia per don Timoteo è la grande scuola di virtù domestiche, che egli vive e comunica alle comunità religiose. Si coglieva la sua affabilità e si diceva che egli bilanciasse, con la sua comprensione materna, la severità paterna di don Alberione. Non sono i grandi programmi a fare del Beato un artista della spiritualità, ma la sua bontà e il senso umano della vita, che non gli impediscono di essere fermo e deciso quando il bene di tutti lo richiede. La docilità al Fondatore è la colonna portante della sua vita e nello stesso tempo è sostegno che conforta e punto continuo di verifica. L'obbedienza muove e qualifica ogni suo gesto, che poi si esprime in fatti di straordinaria familiarità. Egli esercita le sue responsabilità in una dipendenza voluta e amata. Del Fondatore studia ogni giorno i pensieri e i progetti, impegnandosi a tradurli in azione. Egli si rende conto del suo compito di trasfusore dello spirito di don Alberione, fosse anche quello sop­pressivo di qualche realizzazione, che certamente non aveva intrapreso senza consultarlo. Don Alberione scrive: "Egli ama, consiglia, incoraggia tutti con amore e dolcezza al bene. Tutti devono molto a lui".

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OSSA INARIDITE... RIVIVRETE

Don Timoteo partecipa alla guerra con una presenza discreta e prudente. Allo scoppio delle ostilità cede due piani delle case San Paolo per essere adibiti come ospe­dale militare. Anche la camerata dei chierici è stata occupata dal corpo sanitario. Finita la guerra, i chierici ripuliscono la camerata e costruiscono anche un altarino alla Madonna. Sul piedestallo della statua è stato scritto in greco: "Ossa ina­ridite, udite la parola del Signore... Ecco, io faccio entra­re in voi lo spirito e rivivrete" (Ezechiele 37). La citazione del profeta Ezechiele piace al Maestro Giaccardo. La rilegge in differenti occasioni e la commenta nelle sue prediche parlando della virtù della speranza. Tra il luglio del 1944 e il maggio del 1945 escono sulla Gazzetta d'Alba sei editoriali a firma di T. Giaccardo. Il 6 luglio, egli titola il suo articolo: «Noi Italiani siamo usciti triturati e maciullati dalla guerra; ma la patria Italia risorgerà, come da un sepolcro, e sarà più bella». Eugenio Fomasari fa un riassunto del pensiero dell'autore. "L'Italia è figlia della Chiesa. Nell'imperversare della guerra il Papa si è dimostrato il più italiano degli italiani. Ha difeso Roma e l'ha conservata per la patria e per le genti. Perché è come patria di tutti e deve essere indipendente per fare del bene a tutti. Deve essere libera: di quella libertà interiore che consiste nella facoltà di scegliere tra il bene e il male. Vi è tanto genio in Italia, tanto cuore, tanta iniziativa. Gli italiani si dimostrino solidali, uniti in un cuor solo, volontà e mente. È tempo di collaborazione. Occorre unire le forze. Occorre essere fedeli al dovere. Occorre fidarsi dei vescovi che sono i Padri della Patria". Con la fine della guerra, don Giaccardo titola un editoria­le "Primavera italica". Eugenio Fornasari ne fa un sunto: l'autore "tocca, con note di colore, l'euforia del momento. L'Italia torna a rinascere, come la terra dopo gli orrori dell'inverno, alla primavera. Don Giaccardo, con buon fiuto politico, prevede che la ricostruzione del Paese si avrà con un ordinamento democratico. La gente ha orrore della dittatura. L'Italia aspira alla libertà. Si ritorni alla normalità della vita: al lavoro, all'obbedienza alle leggi, al rispetto dei diritti di ognuno". Nel numero del 17 maggio 1945, don Giaccardo esce con un editoriale titolato "Un'Italia nuova", in cui tocca i temi fondamentali della pacificazione sociale e della promozione civile. È sempre valida la sua raccomandazione: «Il coraggio di operare deriva dalla coscienza illuminata da Dio». Cogliamo dal suo Diario: «Seminiamo serenità, speranza, gaudio, coraggio, generosità».

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ITALIANO ROMANO

Nel gennaio del 1926, don Timoteo con alcuni aspiranti al sacerdozio arriva a Roma per stabilirvi la Società San Paolo. Per questa prima fondazione, don Alberione sce­glie don Timoteo: "Ti mando a Roma per il tuo amore e per la tua fedeltà al Papa". Dopo il lungo viaggio da Alba si reca subito alla Basilica di san Paolo per celebrare la Messa. È innamorato di san Paolo. Scrive un libro dedicato al Santo: Alla scuola di san Paolo. Sono 30 meditazioni in cui manifesta la sua ammirazione e devozione verso l'Apostolo delle genti. Quando parlava di san Paolo riportava sovente l'affermazione di Paolo: "Siamo cittadini romani" (Atti 16,37). Allora don Timoteo parlava della "bella Italia" e invitava tutti alla preghiera per la Patria. Ma soprattutto ama Roma che egli identifica con il papato. E quando in san Pietro vede per la prima volta il papa Pio XI, - ricorda don Giovanni Roatta - "era trasfigurato per la gioia, batteva le mani e quasi danzava. Mi pareva Davide davanti all'Arca Santa". Consapevole di essere nel centro della Cristianità, scrive nell'aprile del 1927: «Romanità, romanità, romanità! Signore, Tu mi fai intendere questa romanità e me ne dai tanto desiderio. Grazie!». Tra le sue carte, dopo la morte, fu trovato un tratto dell'ultima Omelia sulla Lettera ai Romani di san Giovanni Crisostomo, trascritto di sua mano. Il testo dice: "Per questo io amo Roma, sebbene la possa lodare per altri motivi, come per la grandezza, per l'antichità, per la bellezza, per la moltitudine degli abitanti, per la potenza, per le ricchezze, per le prodezze compiute in guerra. Ma, lasciando tutte queste cose, per questo la proclamo fortunata; perché Paolo, mentre visse, scrisse ai Romani, li amò con tanto affetto, parlò personalmente con loro e ivi finì la sua vita. Per questo motivo la città è più gloriosa di tutte le altre; come un corpo grande e vigoroso, quella città possiede due splendidi occhi, cioè i corpi dei (due) santi. Non così risplende il cielo, quando il sole spande i suoi raggi, come la città dei Romani avente quei due luminari che diffondono la luce in tutto il mondo. Di là saranno rapiti Pietro e Paolo nel giorno della risurrezio­ne... Che splendida rosa manda Roma a Cristo! Di quali corone si inghirlanda quella città, di quali catene d'oro essa si cinge!... Per questo io ammiro la città, non per l'abbondanza dell'oro, per le colonne o per gli altri splendori, ma per queste colonne della Chiesa".

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ARMONIA

A don Timoteo piace insegnare e trova il tempo per insegnare pedagogia alle suore Pie Discepole del Divin Maestro. Lascia una sintesi chiara e profonda dei suoi insegnamenti, che vengono poi pubblicati nel libro Sunti di pedagogia (Roma 1955). Egli considera "l'educazione un apostolato, una missione". Nell'insegnamento si propone di creare armonia e unità nell'educando. Don Timoteo scrive: «L'educazione è l'arte di attivare e sviluppare le potenze umane secondo la legge di natura e i dettami della fede». L'educazione è dinamismo, attività e influsso attivo. Ha un ideale da raggiungere: l'armonia della persona: psicologica, spirituale, sociale. Deve sviluppare delle facoltà, correggere dei difetti, orientare delle energie, far brillare dei fini. Nel suo testo, don Timoteo propone alcune leggi che ogni pedagogo deve seguire, se vuole essere concreto, ascoltato e seguito. Egli scrive: «Le leggi dell'educazione possiamo così logicamente ridurle: a) La legge della gradazione e continuità, la quale è l'obbligo di considerare e seguire la graduale dignità e il graduale svilupparsi della persona. b) La legge della spontaneità, la quale è l'obbligo di considerare, accompagnare o seguire l'attività interiore e libera dell'educando. c) La legge dell'universalità, dell'armonia e della unità, la quale è l'obbligo di educare tutte le facoltà dell'uomo, in misura proporzionata, ai fini delle personalità, ordinandovi ogni mezzo educativo». Armonia interiore e psicologica significa l'accettazione degli eventi sereni o tristi della vita, anche se talvolta ci riservano sofferenze e tribolazioni. Questa apertura si traduce anche in una disponibilità sollecita e pronta verso gli altri, nella realtà di ogni giorno. L'uomo è complesso, incapace di veder chiaro il significato della vita, incapace di abbracciare la gravità dei suoi gesti. Si sente diviso tra due affetti contrastanti: vede il meglio e segue il peggio. Vive nell'ambiguità. I suoi sentimenti non sono lineari, semplici e univoci. L'uomo moderno ha bisogno di punti di riferimento, se vuole sopravvivere alla dispersione delle sue energie e della sua personalità e alla massa delle comunicazioni che lo avvolgono. Ognuno deve fare pace attorno a sé, per uscire dalla pura sopravvivenza. Deve riscoprire la legge dell'armonia, per essere libero e autentico. Don Timoteo invita a seguire Cristo come unificatore ideale e principio di unità. Seguendo Cristo Dio e Uomo, diveniamo più uomini, più integri e umanizzati. Egli scrive: «Il Divin Maestro è lo specchio di ogni perfezione umana e divina, perché in Lui è presente l'umanità in tutta la sua bellezza e integrità, Egli è l'ideale dell'uomo, del cristiano, del religioso: conoscere il Divin Maestro, servirlo, onorarlo e amarlo è fonte, regola e culmine di perfezione, inizio di beatitudine». Don Timoteo suggerisce anche la semplicità, come principio di integrazione umana. Essa nasce dall'umiltà. «La semplicità importa: nei pensieri la verità; nelle parole la schiettezza, la veracità; nelle intenzioni la rettitudine; nelle opere la giustizia; nei sentimenti l'amor puro; negli affetti la sincerità; nello spirito la vita eterna».

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LA FORMAZIONE DELL'UOMO DI DIO

Il beato Timoteo era altamente consapevole del compito di educatore e delle difficoltà e responsabilità della sua missione. Sul bollettino Unione Cooperatori Buona Stampa, fra il 1923 e il 1925, scriveva: «È difficile farsi un'idea di quanto ci voglia per formare un uomo di Dio, per consacrare a Dio un'anima in una missione nuova: lavoro della grazia, lavoro di cura, lavoro di corrispondenza. C'è una nota nella storia delle case, o nella vita di chi Dio chiama ad iniziarle, che non si vede o si trascura, ed è il lavoro di formazione: che è più che innalzare i fabbricati; che è più che moltiplicare le opere» (PP p. 305). La Bibbia indica come uomini di Dio coloro che ricevono una particolare missione da parte di Dio e la compiono con fedeltà: Mosè, Davide, Samuele, i Profeti. San Paolo chiama il suo discepolo prediletto, Timoteo, "uomo di Dio". Il beato Timoteo vuole che ogni battezzato e ogni persona consacrata nella vita religiosa sia un uomo o una donna di Dio: fedele al progetto che Dio ha per ognuno e quindi legato a Dio, persona amata e favorita da Dio. L'uomo di Dio è il santo che si ispira all'amore di Dio nelle sue azioni quotidiane e cerca di metterlo in pratica in conformità alla volontà divina. Questo abbandono dell'essere intero a Dio è santificazione, è glorificazione, è culto offerto a Dio. II beato Timoteo suggerisce tre momenti per farsi santi, secondo l'insegnamento dell'apostolo Paolo, il quale afferma: "Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione" (1Ts 4,3). La santità è lavoro di grazia: è dono gratuito di Dio, "che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni" (Fil 2,13). "Siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo" (Ef 2,10). La santità è lavoro di cura, di responsabilità, di formazione, che è premessa di vita nuova, di fervore, di amore. La formazione è conversione continua al Signore, al carisma, alla fraternità. È il tema dei talenti: saperli conoscere in sé, per svilupparli: riconoscerli nei fratelli, e far risaltare quelli nascosti o sotterrati. La santità è lavoro di corrispondenza, di fedeltà a Dio, di accoglienza di Gesù "finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo... vivendo secondo la verità nella carità" (Ef 4,13-15). Si può affermare che don Timoteo Giaccardo ha messo tutto l'impegno per raggiungere la santità. Il 19 ottobre 1944, celebrando il suo venticinquesimo di sacerdozio, poteva dire: «Io credo che voi possiate rendermi la testimonianza che il mio occhio è ordinariamente bello su tutti e che il velo e le nubi non sono che momentanei. Io sento di potervi guardare tutti in faccia e negli occhi! Confido anche che Dio mi renda questa testimonianza: che ho sempre cercato davvero il bene e il miglior bene di governo; anche nei consigli, anche se vi chiedevo cose dure, anche nella pazienza e nel silenzio. E ho coscienza d'essere sincero nell'affermare che vi voglio veramente bene; e paternamente bene!».

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INFINITÀ DI DESIDERI

Il beato Timoteo, come tutti i santi, ha «desideri infiniti e infinità di desideri», sia nella preghiera e sia nell'apostolato della buona stampa. L'una arricchisce l'altro. Il desiderio è ricchezza di vita. È col desiderio che usciamo dal chiuso di noi stessi per diventare qualcosa di nuovo e di più vivo verso la persona di Cristo. La grande arte della preghiera non si impara riflettendo in maniera oggettiva e razionale, ma praticandola con aspirazioni e desideri affinché possiamo divenire capaci, per la grazia, di comprendere tutte le dimensioni della sapienza. Con i desideri noi ci liberiamo dalla meschinità del nostro io per entrare nella vastità di Dio, per divenire comunione che ha per confine il cielo. Il traguardo finale dello sviluppo della vita cristiana - come insegna san Paolo - è che "riusciate ad afferrare, insieme a tutti i santi, la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, cioè a conoscere l'amore del Cristo, che trascende ogni conoscenza, e così vi riempiate della totale pienezza di Dio" (Ef 3,18-19). Nel suo libro Maria Regina degli Apostoli il beato Timoteo esprime la ricchezza dei suoi desideri e delle sue aspirazioni per l'apostolato della comunicazione sociale, che ai suoi tempi si limitava all'apostolato della buona stampa, «dove lo zelo semina, il sacrificio innaffia». Don Timoteo scrive: «L'apostolato è vastissimo: ha per campo il mondo, per fine il Cielo, per tempo i secoli, come mezzo l'infinito Cuore di Gesù, e il Cuore immacolato di Maria». Riguardo all'apostolato della buona stampa, scrive: «L'apostolato di oggi è adatto a tutti; lo si esercita pregando, scrivendo, stampando, confezionando il libro, diffondendolo. Lo si può esercitare da casa come da fuori casa, dal pulpito della macchina da stampa, come da quello del proprio letto di dolore. Vi si può cooperare in molti modi: e tutti possono dividerne i meriti copiosi». Per don Timoteo, l'apostolo ha un compito specifico: «È luce del mondo e deve ammaestrare tutti in tutte le cose che il Divin Maestro ha comandato». «L'apostolo dev'essere luce di buon consiglio per guidare le anime nella scelta dello stato, nel discernimento dei pericoli, nella conoscenza degli atti morali, nella valutazione dei mezzi di perfezione; lo zelo deve essere illuminato e vedere come più e meglio può fare fruttificare la vigna del Signore». In questi ultimi tempi, i mezzi della comunicazione sociale - cinema, radio, televisione, videocassette, compact discs, internet - hanno uno sviluppo sempre più crescente. Essi costituiscono una cultura nuova e una civiltà emergente; hanno il loro linguaggio specifico e hanno bisogno, come tutte le culture, di essere evangelizzati. Gli apostoli del Vangelo devono entrarvi per lasciarsi permeare da tale nuova cultura al fine di sapersene opportunamente servire. Voglia il beato Timoteo, patrono degli apostoli con i mezzi della comunicazione sociale, illuminare tutti gli utenti di queste tecnologie.

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SALUTO GESÙ E MARIA

Il beato Timoteo non è un santo facilmente dimenticabile, sia per la sua spiritualità, che è unica e comune a tutti coloro che sono innamorati di Cristo, Uomo e Dio; e sia per la sua spiritualità specifica e quindi originale. A proposito dei santi, papa Paolo VI afferma: "Gli uomini di oggi vogliono trovare nei santi ciò che a noi li accomuna, piuttosto che ciò che da noi li distingue; li vogliamo portare al nostro livello, di gente profana e immersa nella esperienza non sempre edificante di questo mondo; li vogliamo trovare fratelli della nostra fatica e anche della nostra miseria, per sentirci in confidenza con loro". Il beato Timoteo è un sacerdote e un educatore di religiosi e di religiose unico nel suo genere. La sua credibilità, che traspare da tutti i pori, la scopriamo nell'insieme delle sue qualità morali e spirituali, capaci di convincerci della sua bontà. L'attrazione eccezionale che don Timoteo esercita su tutti è riposta sulla unità psicofisica della sua personalità, cioè nel coordinamento di pensiero e di azione, che si rivela a tutti i livelli della sua persona e del suo agire. Questa unità si manifesta nell'applicazione costante, dili­gente, quasi scrupolosa ma sempre dignitosa alla sua missione e vocazione. Lo specifico della spiritualità del Beato è appunto rivelato dall'unificazione della vita che, da tutto il suo comportamento, rivela la sicurezza di una persona per la quale l'unione con Dio conta più di ogni altra cosa. Egli non è diverso dagli altri per le sue inclinazioni; ma è diverso perché non abbandona mai la lotta, deciso a ricominciare ogni giorno il processo di assimilazione, lenta e impercettibile, a Gesù e a Maria. L'unità è vivificata dall'innamoramento e piena adesione a Gesù e a Maria. Egli si affida costantemente a loro. Vive alla loro presenza, e vi si richiama con preghiere brevi e anche con gesti esteriori. Don Timoteo ordinariamente portava la "berretta da prete"; sovente se la toglieva e se la rimetteva durante la giornata. Interrogato del motivo del suo gesto, rispose: «Saluto Gesù e Maria». Quando qualcuno andava ad esporgli qualche difficoltà, ascoltava con molta attenzione e concludeva: «Ricordiamo il Maestro divino e la sua e nostra Madre: a loro dobbiamo rivolgerci per primi» La ricchezza della sua fede lo porta a una scelta chiara e precisa che unifica tutto il suo essere in Cristo e getta luce su tutto. Egli insegna: «Lasciarsi prendere da Lui, consolare, sostenere, illuminare, elevare, stabilire, salvare... donec veniat» (DTS). Il Beato scrive nei suoi taccuini: «Dobbiamo essere così ricchi di fede che l'avvicinarsi di altri a noi, il trattare, il parlare con noi porti più a Dio! Che diventiamo appetibili per le anime, in modo che chi si intrattiene con noi creda di più, senta il desiderio di essere più buono, si senta più vicino a Dio» (DTS). La via dell'assimilazione a Cristo è lunga. Dura tutta la vita. Nel beato Timoteo raggiunge il suo compimento nell'umile accettazione della malattia terminale e della morte, che avviene calma e serena, certamente unito a Gesù e a Maria.

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L'ANIMA DELLA SPIRITUALITÀ È LA SPIRITUALITÀ DELL'ANIMA

Il beato Giaccardo considera la vita una vocazione e una missione nella configurazione a Cristo e nella circolarità di Cristo, che gratuitamente chiama tutti a sé, alla sua intimità, alla pienezza di grazia per inviarli a testimoniare e a predicare che Egli è il Cristo, l'inviato del Padre (Mc 3,14), affinché tutti abbiano l'abbondanza della vita (Gv 10, 10). Consapevole di questa chiamata divina; il Beato propone un cammino di crescita, un breve iter di formazione spirituale, per ricostruire l'unità dell'uomo, seguendo la consegna di don Giacomo Alberione: "progredire un tantino ogni giorno", nel clima spirituale dell'alleanza, della cambiale o della bellissima preghiera "Segreto di riuscita". La formazione in Cristo chiama in azione tutte le potenzialità della persona, per un cammino di crescita globale e armonica, "fino all'età matura in Gesù Cristo" (Ef 4,13). In lui l'uomo trova piena realizzazione: "Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo" (GS 41). Il cammino di crescita o di formazione accetta la follia della croce, affinché "sia formato Cristo in noi" (Gal 4,19). Questo cammino è la vita spirituale, che ingloba tutte le dimensioni dell'uomo: la sua vita affettiva, intellettuale, di relazione e corporale. Diventa spirituale colui che fa guidare dall'amore di Cristo il proprio cuore, i propri desideri e la propria intelligenza in tutte le dimensioni, fisiche, sociali, economiche e politiche. Il Beato offre sei tappe di crescita spirituale, inerenti all'esperienza di Dio che ogni persona fa nel lasciarsi purificare, guidare e santificare. La formazione è continua, cioè dura tutta la vita e suppone la scelta di vivere pienamente la tappa a cui si è giunti per andare oltre.
Il beato Giaccardo scrive:
Chi ascende va: dalla fede alla fiducia;
dalla fiducia all'amore;
dall'amore alla contemplazione;
dalla contemplazione all'unione;
dall'unione all'eroismo;
dall'eroismo alla santità.

Dalla fede alla fiducia

La vita spirituale comincia con la fede: credere, conoscere, lodare, agire. La fede in Dio è il fondamento umano e soprannaturale di chi intraprende il cammino della ricerca di Dio, o meglio, di chi si lascia incontrare da Dio in Cristo nello Spirito Santo. "Beato chi trova in te la forza e decide nel suo cuore il santo viaggio" (Salmo 83). La fede unisce a Dio in adesione affettuosa e fedele alla sua legge. Genera fiducia e abbandono sicuro e totale al suo amore e alla sua provvidenza, per mettersi a sua disposizione. Fiducia vuol dire sperare in Dio, poggiarsi o basarsi su di lui per costruire la nostra personalità di amanti di Dio. Fiducia è accogliere il suo amore, e accogliere è donarsi.

Dalla fiducia all'amore

La fiducia in Dio è credere al suo amore. Egli è Amore e ci ha amati per primo. L'evangelista Giovanni scrive: "Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui" (1Gv 4,8-9). Allo stesso modo Gesù disse: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Sulla croce fu verificato l'amore di Gesù per noi, perché Egli morì e risuscitò per noi. - L'amore verso Dio lo dimostriamo nel vivere e vincere continuamente l'ambiguità del quotidiano. È qualcosa che diamo liberamente nel volere il bene e nel voler bene. Ci permette di donarci in semplicità e di ricevere in gratitudine. «La vita spirituale è chiamata immolazione e sacrificio; lo è. Il Signore non chiede delle cose straordinarie, ma chiede la lealtà, la fedeltà, il fervore, la letizia nell'osservanza delle piccole cose quotidiane» (Esercizi 1940). Dall'amore alla contemplazione L'amore di Dio e del prossimo diventa la piattaforma della contemplazione e della adorazione. Solo nell'amore si scoprono le ricchezze di Dio: il Santo, il Creatore dell'universo. Il cielo e la terra sono pieni della sua gloria. Egli ha ricapitolato in Gesù Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. In Gesù siamo stati fatti anche eredi della sua gloria, perché noi potessimo annunziare ogni giorno la sua salvezza (Ef 1,10s). Gesù è il Maestro, il Pastore, il Redentore. Egli è al centro della nostra storia. Giudicherà con giustizia e con verità tutte le genti. Dalla contemplazione all'unione La quarta tappa conduce a gustare la presenza di Dio in noi, nell'intimo dell'anima e a vivere uniti a lui mediante l'orazione, la meditazione della sacra Scrittura, l'ascolto della parola, l'azione contemplativa, il distacco dalle cose terrene, per possedere Colui che è tutto. Quanto più saremo uniti a Dio, in Cristo-Eucaristia, tanto più scopriremo la nostra vera identità di figli di Dio. Soltanto da lui riceviamo quella dignità che ci fa essere persone con la piena consapevolezza: "chi sono io? da dove vengo? dove vado?". La nostra vera grandezza ha la sua ultima origine nel mistero trinitario: "Dio-Padre che ci ha creati; Dio-Figlio che ci ha redenti con la sua morte e risurrezione; DIO~ Spirito Santo che ci santifica". Nella Trinità siamo associati e uniti alla vita divina.

Dall'unione all'eroismo

L'unione con Dio ci conduce alla pratica delle virtù, a vivere l'eroismo etico spirituale, che è la struttura portante della vita della persona battezzata. La partecipazione alla vita divina è realtà e nello stesso tempo potenzialità. È realtà in quanto la vita umana è l'espressione del dono creativo di Dio, ed è potenzialità in quanto il dono di Dio deve essere da noi attivato e vivificato dalla nostra cooperazione, che si manifesta nell'esercizio delle virtù. II compito non è sempre facile; a volte comporta fatica e volontà eroica. Dio è sempre esigente e domanda da noi tutto: la totalità della corrispondenza alla sua grazia. Una virtù senza le altre o è imperfetta o è inesistente. L'eroismo in ogni opera buona sta nella perseveranza. Con san Paolo, in piena fiducia, possiamo dire: "Tutto posso in colui che mi dà la forza" (Fil 4,13).

Dall'eroismo alla santità

Il quotidiano accettato e vissuto in unione con Dio porta alla santità. Dio chiama tutti alla santità e a tutti dà la grazia per portarla a compimento. Essa è possibile a tutti coloro che vivono in una famiglia o in una comunità: padri e madri di famiglia, professionisti brillanti o lavo­ratori oscuri, ragazzi e ragazze. La santità è universale, cristiana e noncristiana; sboccia in tutti gli ambienti, perché tutti possono dare un profilo riconoscibile alla santità quotidiana. La santità è sostanzialmente la stessa e consiste nell'amore di Dio e del prossimo. Il Signore parla ancora per mezzo della Chiesa, dei profeti e dei suoi veri amici: "Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo" (Levitico 19,1-2). II beato Giaccardo comunica una spiritualità aderente ai tempi in cui viviamo: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione, per godere ora e sempre la sua gloria». «La santità sia la molla che sospinge, l'animo che sostiene, l'ideale che trascina» (Ritiro 1944).

MOLTO IN POCO

Don Timoteo è maestro nel dare consigli brevi e incisivi. Dice molto in poco. Il piccolo è bello. Il breve è gradito e gustato.

I fiori non si coltivano nei boschi, ma nei giardini.

La piccolezza spirituale è umiltà e semplicità, per cui si ha sul labbro quello che si ha nel cuore.

Le anime superficiali sono come la mosca la quale va a posarsi su tutto e su tutti.

Siate consistenti di spirito, di uno spirito che serve il Signore in tutto; consistenti di volere: una volontà che non cede, che non sbanda, che non infiacchisce; consistenti di cuore: che è retto, che non si piega, non si spappola di pensiero e di sentimento.

Il vostro cuore non conta per quello che sente, ma per quello che la volontà acconsente.

Educazione del cuore è: sviluppare le sue potenze di amore. Il cuore deve amare con duplice amore: amore sensibile e amore spirituale; sensibile perché è vestito di umanità; spirituale perché è razionale, ossia spirituale.

Quanto più si sale, tanto più si scoprono nuovi orizzonti e si sente di più il bisogno di purificazione, per poter salire ancora più in su.

Bisogna fare tutto quello che a Dio piace, nutrire in noi i desideri suoi. Per voi è necessario perché non starete sempre nel nido, ma dovrete volare.

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Ogni Natale è novità di vita, inizio di vita. Chìnati a Gesù sulla paglia: chìnati interiormente, fino a che Egli arrivi a farti una carezza!(VHMT 2).
Il Signore è sempre con te: e tu sta' sempre con Lui: silenzioso, operoso e caritatevole (VHMT 2).

Sii la gioia della casa; e il Divin Maestro sarà la gioia del tuo cuore! (VHMT 2).

La letizia è salute, è progresso, è rendimento di grazie, è propiziazione, è vegetazione della vocazione (VHMT 2).

Alimenta la fiamma e lasciala innalzare e determinare fin dove il Signore chiederà (VHMT 2).

Gesù è nostra salute; e quindi lasciargli fiduciosamente il compito di illuminare, di ordinare, di abbellire, di compi­re; e anche di premiare la nostra buona condotta (VHMT 2).

II contento è un'ostia: nel contento abbondi l'umiltà e l'amore; la pena è un'ostia: e nella pena abbondi il penti­mento e la fiducia (VHMT 2).

La sola presenza delle persone pure rasserena, conforta, santifica (VHMT 1).

Rispetto vicendevole: amoroso ed operoso; aiuto vicen­devole: rispettoso ed amoroso; amore vicendevole: ope­roso e rispettoso (VHMT 1).

La santità sia la molla che sospinge, l'animo che sostiene, l'ideale che trascina (VHMT 1).

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Saper fare tesoro di tutto: fatevi degli amici, ricavate del bene dall'amicizia, da tutto quello che avrete fra mano, da voi stesse, dai vostri uffici, dal luogo ove siete, da ogni cosa (VHMT 1).

La fiamma del fervore purifica, fortifica, abbellisce, unisce al Signore (VHMT 1).

Non lasciatevi schiacciare dalla prova. Gesù cerca in voi compassione, corredenzione. Non temete! (VHMT 5).

Ringraziate molto! Conservate la gratitudine che è il tesoro, il vivaio dov'è possibile far crescere le pianticelle; siate riconoscenti anche quando per le circostanze della vita vi sentirete un po' tristi, anche allora dite grazie (VHMT 4).

La pietà è il semenzaio, la radice di tutte le virtù, le quali sono vive soltanto se vengono dalla radice della carità (DTS).

La preghiera è il gran segreto per cui si piace al Signore. La preghiera ci eleva a Dio, ci stabilisce nella sua luce, nei suoi pensieri, ci porta ad accettare e a compiere i suoi divini voleri, a piacere di più a Lui (DTS).

Lo spirito di preghiera è quella buona disposizione a pregare dappertutto, sempre, in ogni cosa, per cui tutto si trasforma in preghiera. Ogni preghiera è ascoltata, ma è tanto più ascoltata la vita di preghiera!

La devozione al Maestro Divino è segreto di altissima spiritualità, della più alta vita mistica, perché ci fa aderire a Gesù Cristo con tutta la nostra persona e ce lo fa prendere e dare nella sua totalità. Ci fa credere alla Sua dottrina e ce la fa predicare, ci fa vivere i suoi esempi e ce li fa estendere, ci nutre della Sua grazia e ce la fa comunicare.

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Confidare ma credere e fare: fare ma confidare e credere.

Chi più crede, più confida, più spera, più rinuncia, più ama.

L'ottimismo si fonda sulla fede in Dio; il pessimismo è conseguenza delle considerazioni puramente umane.

L'umiltà è un abito che ci riveste davanti a Dio, davanti a noi stessi, davanti agli altri. Chi opera solo per se stesso perde tutto.

La speranza galleggi su tutto. Anche negli sbagli prendersi la propria parte e avere fiducia.

Dobbiamo far gradino di tutto per salire a Dio, servirci degli stessi peccati per lavarci nell'umiliazione, e salire.

Tutto dall'amore, nell'amore, con l'amore, tutto per l'amore. Dobbiamo arrivare a vivere la vita del Divin Maestro nel mistero della sua carità e del suo amore filiale al Padre, e nel mistero del suo immenso amore per gli uomini.

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SCHEDA BIOGRAFICA

Il beato Giuseppe Timoteo Giaccardo è nato a Narzole (Cn), Diocesi di Alba, il 13 giugno 1896, in giorno di sabato, da Stefano e da Maria Gagna ed è battezzato lo stesso giorno, ricevendo i nomi di Giuseppe, Domenico e Vincenzo. Dal 1903 al 1907 frequenta le scuole elementari e in questo periodo riceve la Prima Comunione. Nella primavera del 1908 il giovane sacerdote Giacomo Alberione, inviato come coadiutore a Narzole, incontra il piccolo Pinotu, ne conquista l'amicizia e si offre di aiutarlo per poter diventare prete. Il 12 settembre 1908 Giuseppe riceve il Sacramento della Cresima e il 17 ottobre entra in Seminario ad Alba con don Alberione il quale, nominato Direttore Spirituale, assume la guida di questo giovinetto che già dà segni di non ordinaria virtù. Nel 1909, a soli tredici anni, emette il voto di castità con il consenso del suo Padre spirituale. L'8 dicembre del 1912, all'inizio del corso liceale, riceve l'abito clericale, offrendosi quale esempio di vita umana e cristiana a tutti i seminaristi. Frattanto - sotto la direzione del Fondatore della Famiglia Paolina, don Giacomo Alberione, che il 20 agosto 1914 ha già dato vita alla Società San Paolo - egli matura la sua vocazione specifica, quella di essere apostolo della comunicazione sociale, come forma di evangelizzazione più consona alle nuove necessità dei tempi. Con il consenso del suo Vescovo, il 4 luglio 1917 passa dal Seminario alla nascente Società San Paolo e viene presentato come Maestro dei primi ragazzi e "Maestro" fu chiamato e fu effettivamente e costantemente nell'Istituto, quale guida e formatore di anime. II 19 ottobre 1919 viene ordinato sacerdote dal Vescovo di Alba e il giorno seguente celebra la prima Messa a Narzole, tra la sua gente, e svolge il doloroso compito di assistere la madre morente e di portarle il Santo Viatico.

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È il primo sacerdote paolino.

Il 30 giugno 1920 emette i voti religiosi perpetui e riceve dal Fondatore il nome di Timoteo (che fu il discepolo prediletto di San Paolo). Nel gennaio del 1926, per il suo grande amore al Papa, don Alberione lo manda a Roma per fondare la prima Casa filiale della Congregazione. Acquista la "Vigna San Paolo", vicina alla Basilica omonima e vi costruisce una prima Casa-vocazionario. Nel 1936 ritorna in Alba come Superiore di Casa Madre e vi resta fino al 1946, abbellendo di tanti capolavori il Tempio a San Paolo e cooperando attivamente con la stampa e con il servizio pastorale alla Diocesi. Nel 1946 è di nuovo a Roma, in qualità di Vicario gene­rale della Società San Paolo. Collaboratore fedelissimo del Fondatore si prodiga per le Congregazioni paoline, che egli porta sulle braccia nel loro nascere, avviandole a una profonda vita interiore e ai rispettivi specifici apostolati. Con un costante e rigido esercizio di vita interiore e di progresso spirituale, raggiunge in breve la perfetta carità, fino ad offrire la propria vita affinché fosse riconosciuta nella Chiesa la Congregazione paolina delle Pie Discepole del Divin Maestro. Il Signore ne gradì l'offerta. Morì di leucemia fulminante il sabato 24 gennaio 1948, nel giorno del suo onomastico e alla vigilia della festa della conversione di San Paolo. Il 26 gennaio furono celebrate le solenni esequie nella Basilica di San Paolo in Roma, con un concorso immenso di autorità e di fedeli. I suoi resti mortali sono tumulati a Roma nella cripta del Santuario di Maria Regina Apostolorum, presso la Casa da lui fondata. Il 22 ottobre 1989, il Papa Giovanni Paolo II lo proclama Beato nella Basilica di San Pietro, in Roma.

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ABBREVIAZIONI

AAP - Alle Suore di Gesù Buon Pastore
CISP - Carissimi in San Paolo
DTS - Dai tetti in sù
PO - Un profeta obbediente, di Eugenio Fornasari
PP - La primavera paolina
SDG - Lo spirito di don Giaccardo, di Stefano Lamera
VHMT - Vi ho mandato Timoteo

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INDICE

Presentazione..................................................................
Prefazione .....................................................................
Introduzione...................................................................
Maestro autentico ..........................................................
Viviamo lietamente dentro di noi .....................................
Peppino, siediti per terra ................................................
Mirare molto in alto .......................................................
Chi siede per terra non casca .........................................
L'umiliazione dello schiaffo .............................................
Quanto vale un secondo posto? .....................................
Buona volontà o velleità .................................................
Poeta del Quotidiano .....................................................
Pittore del silenzio .........................................................
Suscitatore di energie .....................................................
Uomo di accoglienza .....................................................
Le stelle ci sorridono ......................................................
Bada a te stesso ....................................................... ....
Se è carità circola ..........................................................
Rendete la vita bella .......................................................
Santificare il tempo presente ...........................................
Un posto per ogni cosa ..................................................
Dalla penna alla pala ......................................................
In trincea si è tutti amici ..................................................
Siamo di casa ................................................................
Ossa inaridite... rivivrete .................................................
Italiano romano ..............................................................
Armonia ........................................................................
La formazione dell'uomo di Dio ......................................
Infinità di desideri ...........................................................
Saluto Gesù e Maria ......................................................
L'anima della spiritualità è la spiritualità dell'anima ...........
Molto in poco ...............................................................

Scheda biografica ..........................................................
Abbreviazioni ................................................................

Società San Paolo - Roma
Pubblicazione uso manoscritto - Settembre 1996
Edizione fuori commercio



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